Distretto di polizia

Distretto di polizia

Però sono stanco, stanco! O forse sono troppo vecchio per veder morire un altro poliziotto.

Distretto di polizia (2000-2012, 11 stagioni, Canale 5; si veda la scheda di Wikipedia, molto articolata), un caso di serialità lunga. Ciascuna stagione è caratterizzata da una vicenda orizzontale che riguarda un’indagine complessa o una vicenda particolarmente rilevante per la vita del commissariato e da singoli casi di puntata. Si tratta, complessivamente, di una serie non priva di realismo e di credibilità, nonostante qualche evitabile sbavatura (alcuni personaggi nel corso delle stagioni, sono riciclati con ruoli diversi: Germana, fidanzata di Mauro Belli dalla terza alla sesta stagione, si era già vista nella seconda nel ruolo di una malvivente; l’agente Lorenzo Monti, personaggio fisso della nona stagione, era apparso nella quarta con il nome di Valerio, come ha osservato M. L. Raganato).

La serie è ambientata a Roma (commissariato «X Tuscolano»), e il romanesco (o almeno un italiano regionale romanesco molto marcato), da cui in quasi tutta la fiction italiana sono caratterizzati i personaggi popolari senza che però i protagonisti, almeno non proprio tutti, siano toccati troppo in profondità, contagia invece qui in misura più o meno massiccia la totalità dei personaggi principali, fino a entrare addirittura nei pochissimi inserti parlati della lunga sigla iniziale. Il romanesco pervade quasi tutti i settori della morfosintassi (gli esempi sono tratti dall’episodio 8,25; una succinta analisi dei dialoghi da episodi di varie serie fino alla quinta è in Grassi 2007: 166-171); in particolare ciò accade nella lingua dei personaggi maschili, che si presentano più popolari di quelli femminili, in cui la romanità è certo presente, ma tendenzialmente limitata alla fonetica. L’uso dei pronomi personali femminili è particolarmente indicativo: allo sceneggiatore è imposta una scelta fra tre poli divergenti, dato che la soluzione dell’italiano standard (le) differisce da quella dell’uso medio (gli) che a sua volta differisce da quelle delle varietà informali dell’italoromanzo (in questo caso jie, con scadimento della laterale palatale: D’Achille 2002: 523). In Distretto di polizia si oscilla continuamente tra la variante locale («A Anna no jie posso rovinà il giorno più bello della sua vita») e quella dell’uso medio («Non gli somigli» ‘a lei’), ma si evita con cura il le dell’italiano stardard, percepito probabilmente come un tratto troppo formale che avrebbe fatto perdere di spontaneità la sceneggiatura. Tra le forme verbali l’infinito tronco, senza dubbio una forma-bandiera, la fa da padrone: nel giro di pochi secondi, abbiamo «Non voglio dì cquesto», «Ce devo stà, ce devo stà», «Cj ho passato quattro notti a cercà quaa pistola» (e si noti in quest’ultimo esempio l’allungamento compensativo della vocale nel dimostrativo: D’Achille 2002: 528), «Non zo come affrontà il caso con Anna», «Magari se va a magnà na pizza fuori», «E cqua andiamo a buttà i sordi in giro».

L’atteggiamento verso la “controparte” criminale è di una certa aggressività verbale: «La cosa importante è che prendete quel bastardo» (rigorosamente e volutamente senza congiuntivo), «Se quello stronzo ha lasciato qualche traccia lo prenderemo», «È morto ed è questo quello che conta» (detto di un pluriomicida), «Prendere quei pezzi di mmerda» (dall’episodio 8,26). Tale aggressività, indispensabile per vivacizzare il conflitto, è attenuata tuttavia da un uso molto moderato della forza e delle armi, adoperate solo quando le circostanze lo richiedono e in risposta all’apertura del fuoco altrui nella rappresentazione delle sparatorie. Pochissimi sono i segni di insofferenza verso l’ordine costituito: una ricerca di un fuggitivo sconsigliata dall’Interpol e intrapresa ugualmente (ma non si tratta di un vero e proprio ammutinamento), qualche frase a metà tra il populismo e l’ammiccamento ai sentimenti “legge e ordine” del pubblico, come «È che purtroppo le leggi non le facciamo noi». Per contro, lo spirito di squadra viene evidenziato dagli sceneggiatori con le continue raccomandazioni alla prudenza che tutti i singoli componenti si fanno tra loro: sono frequentissimi ammonimenti come «Ragazzi / mi raccomando» e «Oh / state attenti», accompagnati da primi piani di volti tirati e continui abbracci d’incoraggiamento e pacche sulle spalle. Lo spirito del gruppo viene fuori anche da battute metafilmiche (o metaseriali) come quella pronunciata durante un interrogatorio, «Questo non è un film americano / qua sei al “X Tuscolano”», che è tratta invece senza alcun dubbio proprio dal patrimonio di battute riutilizzabili provenienti dal magazzino dei film d’oltreoceano che si tenterebbe di negare.

Tutta la sceneggiatura, anche escludendo i tratti regionali, presenta senz’altro tratti di grande realismo e di forte aderenza al parlato, con continue segmentazioni e dislocazioni di tutti i tipi: «Anche se poi c’è qualcuno che sta cercando di rovinarglielo / ’sto giorno», «Andiamo con la tua / di macchina?», «No / a me non mi basta», «A dire il vero quello strano era Pingitore». Anche nelle scelte lessicali non ci si trincera dietro inutili eufemismi. Si veda il seguente interrogatorio:

[Commissario 1] Ah // e perché vi siete lasciati?[Ragazza] Cazzi miei / scusi / eh?[Commissario 2 (rivolto all’altro)] Eh / cj ha raggione!

Non mancano, però, di tanto in tanto, frasi con mescidanza di elementi linguistici eterogenei («Non ti rendi conto che la mia vita non cj ha più alcun significato?»), con tratti bassi come il ci attualizzante con il verbo avere immediatamente seguito da un’opzione decisamente non popolare come l’aggettivo alcuno al posto di nessuno; o anche qualche scelta poco felice, come il richiamo melodrammatico agli stereotipi giornalistico-letterari (di consumo, ovviamente) come il «Poi più niente» con cui un’insegnante minacciata e aggredita conclude il racconto della propria traumatica esperienza ai poliziotti (va da sé che nessuna persona terrorizzata direbbe davvero «poi più niente» nel resoconto della sua esperienza), fino a qualche ammiccamento al giovanilismo, per esempio nel momento in cui una ragazzina esclama, del suo compagno di classe Franco, «È un bel manzo / ma senza cervello».

E naturalmente un posto di diritto nella tessitura lessicale ha il “poliziese”, con i suoi tecnicismi collaterali, come «Ci sono segni di effrazione?», soprattutto in prevedibili serie verbali obbligate, come «Quand’è che avete attivato tutte le vostre procedure?»; e abbondano (non però quanto in RIS) gli elementi legati alla detection vera e propria, come filtro sonoro, esame del DNA, profilo psicologico.

 

Debora De Fazio

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