Desperate howsewives

Desperate Howsewives

Il pettegolezzo è solo un’innocua forma di divertimento. Sono chiacchiere leggere che trattano di falsità garbate, sono ipotesi cattive basate su fatti non troppo garbati. Come possiamo proteggerci dalla puntura velenosa di questi oziosi pettegolezzi? Il modo migliore è dire la verità e aspettare che la gente inizi a parlare di qualcun altro. (Desperate Housewives; 3, 20)

Ideata da Marc Cherry e prodotta dalla Cherry Production e dalla Touchstone Television/ABC Studio, Desperate Housewives è una serie televisiva statunitense andata in onda dal 3 ottobre 2004 al 13 maggio 2012 sulla rete televisiva ABC. In Italia è stata trasmessa per la prima volta sul canale satellitare Fox Life il 13 febbraio 2005 e da Rai 2 il 12 settembre dello stesso anno. L’emittente pubblica le ha riservato una programmazione non troppo regolare [Grasso 2007: 226]. La serie è andata in onda per 8 stagioni; ne sono stati registrati 180 episodi da 42 minuti. Per il suo genere, sospeso tra commedia, drammatico e giallo, in Italia le è stato accostato il titolo “I segreti di Wisteria Lane”.

Desperate Housewives – I segreti di Wisteria Lane è una della serie TV più acclamate degli ultimi anni. Nel 2005, candidata a 15 Emmy, vince il Golden Golbe come migliore serie TV e nel 2009 si aggiudica il GLAAD Media Awards come migliore commedia [1].
In realtà, definire commedia una serie come questa è riduttivo: in Desperate Housewives sono presenti elementi tipici delle soap-opera, elementi noir e ironia sarcastica alla Six feet under, ed elementi che tingono di giallo le strade di Wisteria Lane.
La serie ricorda il film con Nicole Kidman La donna perfetta (nel quale i mariti, per avere mogli perfette, le trasformano in robot) o alcune scene di The Truman Show (dove la perfetta vita di Truman altro non è che un reality di cui è l’inconsapevole protagonista). Ci si rende subito conto, però, che l’aspetto idilliaco della serie altro non è che “apparenza” e che la tanto ricercata perfezione è solo un’utopia.
Il pilot si apre con Mary Alice (amica di Bree, Lynette, Susan e Gabrielle e voce fuori campo che «commenta le vicissitudini di Wisteria Lane, le sottolinea, le carica di senso») che decide di togliersi la vita sparandosi. Le quattro donne non sembrano però turbate da un avvenimento così tragico. La morte di Mary Alice non cambia le loro abitudini, anzi la cerimonia funebre diventa l’ennesima occasione per mostrare all’intero quartiere la perfezione delle loro vite. Lynette, che non vuole essere umiliata davanti a tutti, raccomanda ai suoi figli di comportarsi bene; Gabrielle discute con suo marito mentre si recano al funerale, ma, alla richiesta di abbassare la voce, lei risponde con tono sarcastico «assolutamente sì, non devono pensare che non siamo felici»; Susan, nonostante sia una pessima cuoca, si presenta alla cerimonia con un timballo di pasta immangiabile, ma preparato con le sue mani: l’importante è dimostrare di aver fatto qualcosa; l’unica che non deve discutere con nessuno e che si comporta in modo impeccabile è Bree, ammirata da tutti tranne che dalla sua famiglia.
L’ineccepibilità delle loro vite è, però, solo una maschera: ognuna di loro soffre per le sconfitte subite e le rinunce fatte per costruire quella che, da fuori, sembra la vita ideale ma che, una volta entrati in casa, si rivela una prigione.
Desperate Housewives non è un semplice ritratto della donna stereotipata nelle sue accezioni, è un telefilm che «racconta delle delusioni di tutti noi» [Grasso 2007] condite da una componente violenta e delittuosa che rende ancora più affascinante la serie.
La serie è girata in un tipico quartiere della profonda periferia americana,«regno dell’elettorato conservatore» [Carlo Freccero, Sotto l’armonia cova il marcio, in Il Giornale, 18 febbraio 2005] nel quale vive tutta la upper class. Nonostante l’ambientazione sia contemporanea, sin da subito a Wisteria Lane si respira un’aria d’altri tempi. L’impressione è quella di essere nell’America del boom economico degli anni ’50-’60: le villette a schiera senza recinzioni, l’erbetta del prato sempre tagliata, il sorriso sempre stampato sulle labbra.
La facciata del perbenismo americano aleggia durante tutta la serie e i principi tipicamente repubblicani della patria, della tradizione, della famiglia e della religione sono, a Wisteria Lane, la base su cui costruire la propria esistenza ma «sotto la crosta di perbenismo non ci sono veri sentimenti, ma piuttosto delitti inconfessabili».
Le ipocrisie in Desperate Housewives si possono riscontrare anche nelle reazioni che gli abitanti della “via del Glicine” hanno quando si affrontano temi delicati. Il suicidio, la violenza, l’ira o la lussuria non turbano il qualunquismo delle loro vite, ma, se si affrontano temi come l’omosessualità o l’aborto, la grettezza delle loro menti prende il sopravvento.
Nella serie «in un eterno presente, oggi come negli anni Cinquanta si rinnovano i riti del conformismo, delle frequentazioni tra vicini, dell’esibizione della ricchezza, dell’ipocrisia dei sentimenti».

Desperate Housewives ha uno dei cast di attori protagonisti per stagione più numerosi tra le serie televisive (ben 14). Questo ha permesso al regista di sviluppare la trama intrecciando storie sempre nuove.

Le protagoniste sono tutte abitanti di Wisteria Lane.

Mary Alice Young (Brenda Strong) è la voce narrante della maggior parte degli episodi. Agli occhi dei vicini e delle amiche è una casalinga e madre perfetta e per questo il suo suicidio nel primo episodio sarà il mistero che verrà perpetrato nella prima stagione; era sposata con Paul Young (Mark Moses), con il quale ha avuto un figlio, Zach (Cody Kasch).

Susan Mayer (Teri Hatcher), madre di Julie (Andrea Bowen), è un genitore divorziato in cerca d’amore; Lynette Scavo (Felicity Huffman) è un’ex donna d’affari trasformata in una casalinga stressata e madre di quattro figli; è sposata con Tom Scavo (Doug Savant) che nella seconda stagione lascerà il lavoro per diventare un papà a tempo pieno.

Bree Van de Kamp (Marcia Cross), madre e casalinga apparentemente perfetta, lotta per salvare il proprio matrimonio. È sposata con Rex Van de Kamp (Steven Culp), un uomo frustrato con segreti desideri sessuali. Hanno due figli adolescenti, Andrew (Shawn Pyfrom) e Danielle (Joy Lauren).

Gabrielle Solis (Eva Longoria) è un’ex modella il cui matrimonio infelice e basato sul denaro – del marito – ha dato origine a una relazione con un giardiniere diciassettenne, John Rowland (Jesse Metcalfe). È sposata con Carlos Solis (Ricardo Antonio Chavira), un rozzo uomo d’affari che considera la moglie come un trofeo da esibire.

Edie Britt (Nicolette Sheridan), la cacciatrice di uomini, è una donna indipendente e vendicativa; rivale di Susan sin dai primi episodi, quando si contendono Mike Delfino (James Denton), il nuovo e misterioso vicino.

Orson Hodge (Kyle MacLachlan) è un dentista amico di Susan che si innamora di Bree; appare nella seconda stagione. Nella quarta, invece, appare per la prima volta Katherine Mayfair (Dana Delany), una donna appena trasferita che entra subito in contrasto con Bree per il ruolo di casalinga perfetta.

Parlare di struttura degli episodi in una serie come DH è quanto mai complicato. Come detto, il numero degli attori protagonisti permette di creare storie e intrecci che raramente si vedono in una serie televisiva, e che difficilmente potrebbero ridursi o ritenersi conclusi in una sola puntata. Sarebbe meglio, dunque, parlare di struttura delle stagioni in quanto ognuna di esse nasconde e poi svela un mistero che ruota attorno agli abitanti di Wisteria Lane. Il primo che apre la serie è proprio quello riguardante la morte di Mary Alice Young.
Mary Alice sarà la narratrice di quasi tutti gli episodi. Narratore onnisciente, appare protagonista in carne e ossa solo in qualche flashback. Una soluzione stilistica particolarmente espressiva che funge un po’ da «firma» sul telefilm [Casetti – Di Chio 1991].
L’episodio si apre con un riassunto di circa 30 secondi che pone sempre nuovi interrogativi. Questi ultimi sono materia del teaser che in circa 3 minuti ha il merito di far entrare la puntata nel vivo, spesso anche prima della sigla.

Sigla. La sigla di Desperate Housewives può essere descritta con un aggettivo: allegorica. L‘opening credit di questa serie, infatti, ripercorre attraverso le opere d’arte il ruolo della donna all’interno della società, dagli albori sino a oggi.
Sulle note del musicista Danny Elfman, l’excursus storico-artistico non poteva non partire dalla prima donna in assoluto, Eva. Nell’animazione del quadro del ‘500 Adam and Eve di Lucas Cranach il Vecchio, Adamo cede alla tentazione di Eva e si ritrova sepolto da una grossa mela, sulla quale è inciso il titolo della serie. Siamo di fronte al primo esempio di woman power.
Il modello di donna proposto in seguito è quello di Nefertari, moglie di Ramses II, nonché una delle donne più influenti del suo tempo. Impegnata nella politica e madre di numerosi figli, Nefertari può rappresentare la casalinga disperata dell’antico Egitto. Donna in carriera e mamma, nella sigla è raffigurata mentre è letteralmente sommersa dai figli.
La tavola successiva è ispirata al quadro del 1434 di Jan van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini. Il ruolo della donna inizia a cambiare e gli autori della sigla lo sottolineano mostrando l’uomo che mangia una banana e lancia per terra la buccia. Subito la donna-serva, e per di più incinta, si affretta a spazzare per mantenere pulita la casa.
Un altro salto temporale e lo spettatore fa la conoscenza di una coppia di puritani, raffigurati nel quadro del 1930 American Gothic di Grant Wood: l’uomo, passato il fiore degli anni, si fa circuire da una prestante pin-up e la donna, prontamente rimpiazzata e senza aver avuto la possibilità di potersi ribellare, viene chiusa in una scatola di sardine.
Si arriva così all’immagine di una casalinga raffigurata nei poster di Dick Williams, che cerca di tenere tra le braccia tre barattoli di conserva. Il periodo è quello della seconda guerra mondiale e, attraverso i poster propagandistici di Williams, si cercava di incoraggiare le donne a “fare la loro parte” razionando il cibo e prestando i loro servizi alla società, così come avrebbero fatto per i loro mariti.
Nella sigla, uno dei tre barattoli che la donna ha tra le braccia è diverso da quello raffigurato nel poster ed è, invece, molto simile a quello di Andy Warhol, il Cambell’s Soup del 1964. Cadendo dalle braccia della casalinga, il barattolo finisce tra le mani di un uomo (ripreso dall’opera di Robert Dale Couple Arguing) che lo porge, forse per farsi perdonare qualcosa, a una donna in lacrime (ripresa da un’altra opera di Dale, Romantic Couple). Quest’ultima però non si fa “chiudere in una scatola di sardine”, come invece aveva fatto la donna puritana accettando il tradimento del marito, ma reagisce e sferra un pugno sul viso dell’uomo.
La conclusione della sigla riporta lo spettatore all’albero del peccato visto nella prima immagine ma, al posto di Adamo ed Eva, sotto l’albero ci sono le quattro casalinghe disperate protagoniste della serie, ognuna con in mano la mela del peccato.
I titoli di testa che presentano il cast sono presenti e disseminati delle varie scene della sigla.
Dopo la sigla, i titoli di testa appaiono on screen per almeno 2 minuti.

Durante l’episodio, vengono alternate le varie storie dei protagonisti con un montaggio efficace.
Molto curati i cambi di scena, dove spesso vengono utilizzati effetti di identità attraverso lo zoom su dettagli, che «si hanno quando un’immagine è legata a un’altra o perché è la stessa immagine che ritorna o perché presenta uno stesso elemento che viene ripetuto anche se in maniera diversa» [Casetti – Di Chio 1991]; in questo modo, con una ricercatezza cinematografica, «i destini incrociati delle protagoniste sono tenuti insieme da una cura esasperata dei particolari, da un montaggio analogico di rara efficacia (gli stacchi sono sempre legati da un oggetto, da un gesto, da una combinazione)» [Grasso 2007].
Un esempio: nel terzo episodio della prima stagione, per spostare la scena dalla casa di Mary Alice alla casa di Gabrielle è stato usato un focus su un bicchiere di spremuta d’arancia; Zach e suo padre stanno facendo colazione e, dopo una discussione troncata con freddezza dal padre, Zach afferra il bicchiere che ha davanti. Nella scena successiva il primo elemento inquadrato è proprio una spremuta poggiata sul tavolo, presa, questa volta, da Gabrielle.
Molto utilizzato anche il montaggio alternato, che sposta l’attenzione da una protagonista all’altra per poi tornare sulla prima.
Interessanti anche gli espedienti per chiudere la puntata, caratterizzati da zoom-in su particolari che destano curiosità o da zoom-out con la ripresa dall’alto che si allontana e con la musica e il quadro che portano alla mente la perfezione degli anni ’50, ma sempre con la voce di Mary Alice che insinua dubbi nella mente dello spettatore.
Molto bella ed efficace, infine, la colonna sonora, che costituisce non un contorno ma il vero motore dei codici sonori. Presente per la maggior parte del tempo, la musica può fare da collante tra diverse scene aiutando il montaggio, spesso incalzando con allegri motivetti perfetti in molte situazioni; dà la giusta suspense e le giuste emozioni allo spettatore, che si rivede in Wisteria Lane; crea la giusta atmosfera, provoca empatia.

«Mi chiamo Mary Alice Young. Oggi, quando leggerete il giornale, forse troverete un articolo sull’insolita giornata che ho avuto la settimana scorsa. […] In verità, ho trascorso la giornata come ho trascorso tutte le altre: lustrando in silenzio la routine della mia vita finché brillasse di perfezione. Per questo mi ha stupita la mia decisione di aprire l’armadio del corridoio e prendere un revolver che non era mai stato usato».

Comincia così il pilot di Desperate Housewives, con il racconto di una donna che, in una giornata apparentemente come le altre, decide di togliersi la vita. La morte, però, non impedisce a Mary Alice di continuare a essere una protagonista di questo telefilm, perché ne sarà la voce narrante, una cantastorie che, attraverso aforismi, affermazioni e spiegazioni, guiderà lo spettatore durante i vari episodi. La voce di Mary Alice «parla di un dramma allegorico, sottolinea con ironia i modi con cui si manifesta la disperazione, suggerisce le evidenze attraverso cui gli autori manifestano il loro punto di vista» [Grasso 2007]. Analizzando la serie, ci si rende subito conto di come sia stata pensata e girata con una minuziosa attenzione per i dettagli. Sia nei dialoghi, sia nel montaggio lo spettatore ha sempre l’impressione che ci sia un filo conduttore che lega una scena a un’altra.

Per quanto riguarda i dialoghi, in tutti gli episodi ma, in particolare, quando a parlare è la voce fuori campo di Mary Alice, è utilizzata la figura retorica dell’epanalessi, cioè la ripetizione all’inizio, al centro o alla fine di una frase, di una parola o di un’espressione per rafforzarne l’idea.
Ad esempio, nel secondo episodio della prima stagione Mary Alice accompagna le immagini con la sua voce in una sorta di monologo in cui più volte ripete «le mie amiche»:

Le mie amiche avevano motivo di preoccuparsi […] Dopo lunghe discussioni le mie amiche […] Sì perché la solitudine è una condizione che le mie amiche conoscono fin troppo bene.

Nel pilot, invece, mentre introduce allo spettatore il personaggio di Bree, Mary pone l’accento sia sul suo nome, sia sulla sua particolarità di sbrigare da sola le faccende più diverse:
Bree era nota per la sua cucina, per i vestiti che si cuciva da sola, per il giardino che curava da sola, per i lavori da tappezziere che faceva da sola. Sì, Bree era nota per i suoi molteplici talenti e tutti nel quartiere reputavano Bree moglie e madre perfetta.

L’ultimo esempio è tratto dal ventunesimo episodio della seconda stagione:

Quando la verità è scomoda si cerca di tenerla nascosta. […] Ma la verità per quanto scomoda emerge sempre e qualcuno a cui vogliamo bene finirà col farsi male mentre qualcun altro godrà di quel dolore, ed è questa la verità più scomoda.

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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