Cuore

Cuore

Qui non ci sono né duri di comprendonio né altro, né ricchi né poveri, né favoriti né sfavoriti. In quest’aula siete tutti uguali e la scuola è uguale per tutti. Non voglio avere da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore e questa classe sarà come una famiglia. (Cuore; 1, 1)

Lo sceneggiato televisivo Cuore, liberamente tratto dall’omonima opera di Edmondo De Amicis del 1886, è stato trasmesso su Raidue in sei puntate da 55 minuti circa a colori, dal 4 ottobre all’8 novembre 1984. È caratterizzato da un’ampia fedeltà al testo letterario d’origine, molto evidente nell’uso dell’italiano standard nei dialoghi.
La lunga e costosa produzione internazionale ha visto la collaborazione della Rai con Difilm, Antenne 2 (francese) e RTSI (svizzera); la sceneggiatura è stata realizzata da Suso Cecchi D’Amico, dallo stesso regista Luigi Comencini e dalla figlia Cristina, in futuro regista a sua volta.
La messa in onda della prima puntata avvenne in concomitanza con la trasmissione su Canale 5 del programma di Mike Bongiorno Superflash, ma, nonostante ciò, Cuore registrò un grande successo di ascolti, confermato appuntamento dopo appuntamento. Un ricco merchandising in forma di libri e album di figurine fu, a metà degli anni Ottanta, testimonianza della popolarità dello sceneggiato.

Il romanzo che ha ispirato lo sceneggiato è ambientato a Torino e narra le vicende scolastiche che l’allievo di terza elementare Enrico Bottini annota sul diario donatogli dal padre per l’anno scolastico 1881-82. L’atmosfera dell’originale letterario è densa del suscitato dalla recente terza guerra d’indipendenza; Comencini, però, con l’intento di rendere la trama più vicina alla storia contemporanea e al grande pubblico televisivo, ambienta le vicende nel 1915, anno dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, con frequenti flashback che riconducono all’anno 1889, raccontati dalla voce narrante di Bottini.
Bottini, studente di ingegneria e ufficiale di complemento, è pronto a partire per il fronte: alla stazione, si imbatte in un vecchio compagno delle elementari, Garrone, ora ferroviere, e l’incontro gli riporta alla mente l’anno scolastico al quale risale la stesura del diario (e in particolare, la nascita dell’amicizia tra i due attraverso la semplicità delle parole «Vogliamo essere amici?» / «Sì!»).
La riflessione che fa da sfondo alle vicende dello sceneggiato spinge Bottini a mettere in discussione i valori patriottici trasmessigli dal padre e dalla scuola, alla luce dell’orrore di quella guerra dichiarata in nome della stessa patria e che ha causato la morte di centinaia di migliaia di italiani.
Gli aneddoti contenuti nel diario di Bottini vengono sviluppati dal padre e dallo stesso ragazzo al termine dell’anno scolastico, mentre le lettere scritte dai familiari di Enrico e i racconti mensili dettati dal maestro Perboni in classe si conservano intatti. Questi ultimi narrano le vicende eroiche di personaggi provenienti da diverse parti della Penisola, coetanei di Bottini e dei suoi compagni.
La versione televisiva di Cuore contiene cinque brevi film muti che corrispondono, nel romanzo, ai racconti che il maestro Perboni detta alla classe una volta al mese e che sono per loro importanti spunti di riflessione e di crescita umana e sociale; nello sceneggiato, dei nove racconti restano solo Il tamburino sardo, Il piccolo scrivano fiorentino, Dagli Appennini alle Ande, L’infermiere di Tata e Sangue romagnolo; nella sesta puntata, al film si sostituisce uno spettacolo teatrale.
La proiezione dei film muti avviene nella palestra della scuola e, essendo le vicende ambientate alla fine dell’Ottocento, essa rappresenta l’esaltazione dell’evoluzione tecnologica dell’epoca, a pochi anni dalla prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumière. L’ottimismo nei riguardi delle nuove tecnologie è evidente nelle parole dell’ingegner Bottini, che, nella prima puntata, viene chiamato a spiegare agli allievi il funzionamento del proiettore: «Questo piccolo apparecchio che vedete alle vostre spalle, tra qualche istante, proietterà dei fasci di luce che prenderanno su quel lenzuolo bianco le forme più diverse. […] In realtà le immagini che proietterà quest’apparecchio sono immobili, ma si susseguono con una tale rapidità che il vostro occhio, causa una leggera imperfezione della retina, non ne percepirà né l’arresto né il movimento. In effetti vedrete le figure muoversi come nella realtà. Pensate: un’imperfezione dell’occhio umano consente un tale prodigio della tecnica!».
Manuel De Sica, che si è occupato della colonna sonora di Cuore, ha realizzato anche le musiche che fanno da sottofondo ai cinque film muti, inserendo alcuni brani d’epoca, divenuti presto simbolo dell’italianità all’estero, quali Va, pensiero, Aida e Funiculì Funiculà; dai titoli di coda emerge che le musiche sono eseguite da Elvio Monti, ma nello sceneggiato, al pianoforte, troviamo la Maestrina dalla Penna Rossa.

Il ruolo del Maestro Perboni, interpretato da Johnny Dorelli, è vivacizzato, nel film, dal timido interesse che egli mostra verso la Maestrina dalla Penna Rossa (una giovane Giuliana De Sio). Lo sceneggiato riserva a quest’ultima uno spazio più ampio rispetto al romanzo, particolarmente evidente nella quarta puntata, dove sostituisce il maestro ammalato e sconvolge gli equilibri della classe, nominando capoclasse il terribile Franti (Gianluca Galle), il “cattivo” per antonomasia che per la sua complessità si rivela uno dei personaggi più interessanti.
Carlo Calenda, nipote di Comencini, veste i panni di Bottini da bambino; il ruolo di Enrico da adulto, invece, è affidato all’attore francese Laurent Malet. Francesi anche gli interpreti del padre e della madre di Bottini, Bernard Blier e Andrea Ferreol.
Il regista, nel “suo” Cuore, si è riservata la facoltà di sfumare i tratti di alcuni dei protagonisti che De Amicis aveva tracciato più nettamente: Derossi (Ivan Sebastiani), ad esempio, se nel romanzo appare un allievo modello, primo della classe, bello e altruista, nel film ha un carattere arrogante e saccente che gli viene punito a fine anno, quando il compagno Stardi (Emiliano Vinciarelli) riceve al suo posto la medaglia del primo posto per l’impegno nello studio.
I giovani attori che prestano il volto agli alunni furono reclutati nelle scuole elementari e medie di Roma, dove, presso Cinecittà, lo scenografo Gianni Sbarra ricostruì la città di Torino; nessuno di loro proseguì la carriera artistica, nonostante Comencini avesse valutato positivamente le prove di ognuno e la capacità di dirigersi autonomamente dopo aver studiato le battute e ascoltato il racconto della scena da girare.
Tra gli altri attori emerge Ugo Pagliai, nel ruolo del maestro di ginnastica, ex soldato garibaldino, che Enrico Bottini ritroverà al fronte, durante la Prima guerra mondiale, nelle vesti di un capitano particolarmente appassionato nell’incoraggiare e considerare motivo di orgoglio il sacrificio della vita dei soldati per la salvezza della patria.
Da notare, nella terza puntata, è quello che oggi, nel linguaggio cinematografico, viene definito cameo, ovvero l’interpretazione di un ruolo minore da parte di un attore prestigioso, in questo caso Eduardo De Filippo nei panni di Vincenzo Crosetti, il vecchio maestro del padre di Bottini. Il personaggio, rispetto all’antecedente letterario, è maggiormente sviluppato nello sceneggiato: in una scena, mentre Bottini padre esalta Crosetti come importante punto di riferimento della sua vita, il maestro, in presenza del figlio Enrico, rivela che come allievo non mostrava di avere doti degne di nota. La sequenza girata da De Filippo è l’unica recitata in presa diretta.

La marcatura diatopica si avverte esclusivamente nell’intonazione tipicamente torinese delle rare battute pronunciate dai personaggi secondari (di solito i genitori degli alunni).
La lingua del maestro Perboni e dell’ingegner Bottini non cede all’uso di nessun tratto regionale, dialettale, o dell’italiano dell’uso medio, evidenziando costantemente, non solo nei contenuti, dunque, l’intento pedagogico delle vicende narrate.
Il fenomeno più evidente a livello morfologico è il rispetto della coniugazione dei verbi al congiuntivo nei periodi ipotetici e nelle proposizioni dipendenti da verbi servili, di opinione o di volontà («Voglio che tu tenga in questo quaderno un diario di quest’anno di scuola», «Vuoi che ti dica il codice?», «Giurami che se fra trent’anni riconoscessi il tuo amico Garrone […] gli getterai le braccia al collo, anche se tu fossi diventato senatore del Regno», «Cosa credi, che io valga meno del piccolo scrivano fiorentino?», «Vorrei che tu mi parlassi della interiezione»). A livello retorico e lessicale, invece, spicca l’abbondante, insistente, uso di strutture sintattiche binarie, di solito correlato per copulazione («Qui non ci sono né duri di comprendonio né altro, né ricchi né poveri, né favoriti né sfavoriti», «Una delle più belle terre della nostra patria, con grandi foreste e grandi montagne», «Il secolo nuovo che sta per cominciare sarà ricco di invenzioni e di scoperte», «Il lavoro non sporca mai e non disonora mai», «Conosci la tua strada e conoscerai la tua città e la tua patria») e ternarie, a volte con climax («A volte si sente dire che l’educazione fisica è una materia secondaria, un passatempo, un divertimento», «La strada ci ha istruito, allietato, protetto», «Entro l’anno saprete leggere e scrivere e far di conto»), con fortissima tendenza all’accumulo, spesso con ricorso allo stile nominale («Vanno per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei laghi, o in riva al mare, sotto un sole ardente o tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, in slitta sulla neve, a cavallo nella steppa, per valli e per colline attraverso boschi e torrenti, a coppie, in gruppi, sempre in fila, e tutti coi loro libri sotto il braccio, vestiti in tanti modi diversi, parlanti tante lingue diverse, nelle scuole della Russia come in quelle dell’Arabia», «Devono difendere la fede, i deboli, gli oppressi e le donne») o a strutture più mosse, come la frase scissa («È in strada che ci viene offerta la possibilità di mostrare rispetto per la vecchiaia, la miseria, l’infermità, la fatica e la morte», «È per la strada che ci è dato di aiutare il vecchio ormai cadente, la donna con un bambino in braccio, vedere gente in lutto e quei ragazzi degli istituti che passano a due a due, i ciechi, i sordomuti, i fanciulli abbandonati»). Numerosi appaiono anche i modi di dire e le frasi fatte («Qua la mano, figliolo», «È un po’ duro di comprendonio», «Quest’anno ve la faccio vedere io», «Volere è potere», «Non lo sai che il lavoro nobilita l’uomo?», «Questa è la volta buona») e le sentenze («Non parlare quando non sei interrogato», «Vediamo chi ha il coraggio delle proprie azioni», «Il colpevole non sarà punito», «L’adolescenza è l’età dell’eroismo», «La gloria si conquista con lo sforzo», «Conoscere la propria lingua è tutto», «La strada è una grande scuola»). Tutti elementi, questi, caratteristici del parlato di educatori e genitori, i quali pronunciano solennemente gli ideali in cui credono e gli insegnamenti da inculcare e trasmettere, con parole e discorsi spesso troppo impegnativi per bambini di dieci anni. Esemplare a questo proposito la scena (riprodotta fedelmente dal romanzo) in cui Enrico tiene lo sguardo fisso sul modellino di una locomotiva mentre ascolta distrattamente l’incalzante lezione di vita tenuta dal padre, che, costruita con periodi lunghi e ampollosi, diventa sempre più un brusio di sottofondo e che contrasta col suo desiderio di possedere il giocattolo.
Nell’analisi morfologica della lingua di Cuore va evidenziato l’uso generale di lui come soggetto di terza persona singolare («Lui la volontà ce la mette», «Lui lo conosco») e del pronome relativo doppio coloro che come soggetto di terza persona plurale, in sostituzione di chi («S’alzino coloro che l’hanno provocato»); frequente è l’occorrenza di soggetti e complementi oggetti partitivi («Degli specialisti porteranno qui una macchina magica», «Siamo venuti a portargli dei regali»). Lei è il pronome allocutivo di cortesia che si impone totalmente nei dialoghi («Lei è l’ingegner Bottini?», «Lei viene dalla trincea?»).
Nella costruzione delle proposizioni interrogative ricorrono più abbondantemente gli introduttori che cosa («E che cos’è il codice d’onore?», «Guardate ragazzi che cosa vi porto», «Sapete che cosa seppe fare Garibaldi quando era giovane?») e cosaCosa stavi dicendo prima?», «Sai cosa sono i cavalieri?», «Cosa credi, che io valga meno del piccolo scrivano fiorentino?»), rispetto al rarissimo che.
Si registrano, inoltre, ricorrenti proposizioni esclamative introdotte da cheChe stupido!», «Che fortuna!», «Che bella!»), tipiche del linguaggio infantile/adolescenziale, spesso ricco di stupore e ammirazione.
A livello fonetico il fenomeno più evidente è l’elisione («Tuo padre t’aspetta», «S’alzino coloro che l’hanno provocato», «Un ragazzo che s’annegava»), retaggio delle battute deamicisiane.
Per quanto riguarda il ricorso alle figure retoriche si evidenzia un discreto impiego di anafore («Corrono, corrono, chissà dove corrono», «Largo, largo, arriva la zucca!», «Ridete, ridete, quest’anno ve la faccio vedere io», «Niente soldi, niente biglietto», «Il padre di Precossi è un ubriacone, il padre di Precossi è un ubriacone, il padre di Precossi è un ubriacone», «Ordine, ordine, ordine»), epifore («Il lavoro non sporca mai e non disonora mai»), catafore («Arriva il maestro», «Arriva la zucca», «Cosa fate voi qui?», «Son già passati tre giorni»), metafore («Tu, piccolo soldato di questo immenso esercito», «La strada è una grande scuola», «Garrone è proprio un mago»), similitudini («Questa classe sarà come una famiglia»), iperboli («Avrai mille cose da raccontare») e poliptoti temporali («È nato in una terra gloriosa, che ha dato all’Italia uomini illustri e le dà forti lavoratori e bravi soldati», «Conosci la tua strada e conoscerai la tua città e la tua patria»), miscelate con cura a seconda dell’effetto da creare all’interno della frase.
Per enfatizzare i diversi elementi sintattici, invece, si segnala il ricorso a costruzioni marcate, quali dislocazioni a destra («Vedila con la fantasia, questa moltitudine di scolaretti tutti ansiosi di apprendere», «Se vinciamo, chi se lo piglia il premio?», «Chi l’ha strappata questa pagina?») e a sinistra («Quella pianta però l’ho portata io», «Ma questa macchina, poi, la darai a me?», «I biscotti li ho fatti io»), e frasi scisse («È in strada che ci viene offerta la possibilità di mostrare rispetto per la vecchiaia», «Chi è che ha ancora fame?»).
In ambito lessicale, infine, si riscontra l’uso di niente in funzione aggettivale («Mi raccomando, niente lacrime, eh?», «Niente soldi, niente biglietto», «Buona la calligrafia, niente macchie»), e risultano frequenti termini tipici dello spaccato linguistico della scuola: malefatte, comprendonio, prodigio, pelandrone, calligrafia.

 

Francesca Sammarco

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