Centovetrine

Centovetrine

Tra un sogno e una carta di credito platino, preferisco una carta di credito… Più sicura, da un sogno devi pur svegliarti, con una carta di credito puoi continuare a dormire.

Centovetrine è una soap opera trasmessa dal 2001 al 2016 su Canale 5, tranne che per una brevissima parentesi a cavallo tra il 2014 e il 2015, durante la quale la messa in onda si è spostata su Rete 4. Dalla durata di 15 stagioni per un totale di 3.318 puntate, la serie racconta le storie di alcuni personaggi che lavorano o che sono legati ad un centro commerciale immaginario, Centrovetrine appunto, situato nel centro di Torino. Per le altre informazioni generali e per la trama, che non ha senso riassumere in una soap opera, si rinvia alla voce di Wikipedia.

Centovetrine costituisce un incrocio tra la soap dinastica, imperniata su un’unica famiglia con personaggi satellite, e quella comunitaria, che aggrega persone di identico ceto e di estrazione intergenerazionale [per queste categorie, cfr. Alfieri-Motta-Rapisarda 2008], con diversi elementi che la potrebbero ricondurre anche ad una soap di genere, dal momento che il fulcro delle vicende è costituito da una grande “famiglia professionale”, solo in parte biologica, che si muove attorno agli affari di un grande centro commerciale, da cui, ovviamente, deriva il titolo.

La sceneggiatura (si esemplifica di preferenza dall’episodio del 3 aprile 2009) è caratterizzata da una notevole omogeneità soprattutto diastratica, ma anche, come vedremo, diafasica. In generale, notiamo uno stile piuttosto formale, data anche l’ambientazione sociale alto-borghese della maggior parte dei protagonisti.
Per quanto riguarda le tendenze morfosintattiche, si ha una notevole prevalenza di tratti medi, ma contemporaneamente anche l’assenza di variabili considerate quasi substandard, come il gli generalizzato (rarissimi casi come «non possiamo dargli ascolto» riferito a due persone).
Nell’uso dei pronomi soggetto, segnaliamo la generale bassa frequenza delle forme indirette; loro è, infatti, piuttosto raro, mentre lei predomina nel registro allocutivo. I pronomi interrogativi si alternano con distribuzione piuttosto uniforme; in particolare, sembra prevalere cosa in un testo di ambientazione settentrionale («sta a noi decidere cosa fare»); che cosa prevale solo nelle interrogative dirette («che cosa stai pensando?»); per quanto riguarda gli aggettivi interrogativi, quale ricorre anche in contesti piuttosto “movimentati” («con quale coraggio ti presenti qui da me?»). Spesso preferito, in tutte le possibili proposizioni che concepiscono l’alternanza, l’impiego del congiuntivo al posto dell’indicativo («ma lei crede che in sala operatoria ci sia una seconda chance?», «tu pensi che sia così facile capire le intenzioni di un uomo del genere?», «io davanti a me vedo sempre la donna più coraggiosa che abbia mai conosciuto»); qualche “sbavatura” solo in contesti di tono meno formale («credi davvero che io sono più forte»). Piuttosto diffuso il presente pro futuro, soprattutto in contesti informali («se mi combini qualche casino», «basta che lo chiedi a qualcun altro»), ma non si tratta di un uso generalizzato («Riccardo non lo incontrerai / è partito», «rimanere chiusa in casa a ripensare ai tuoi problemi non ti aiuterà a risolverli»). Le strutture marcate sono adoperate frequentemente, e aumentano nelle situazioni di maggiore enfasi. Segnaliamo soprattutto dislocazioni («tu non preoccuparti / me lo dai o no questo lavoro?»), frasi scisse e presentative («se c’è qualcuno che deve preoccuparsi quello è lui»).
La sintassi e la testualità risentono della ridotta pianificazione del parlato simulato, per cui si preferisce la coordinazione alla subordinazione, che raramente va oltre al primo grado, è di tipo poco complesso ed è spesso realizzata con proposizioni all’infinito. Sono frequenti le ripetizioni e la gestione dell’interazione è fortemente basata sui segnali discorsivi. Si veda la battuta che segue:

Sarà che ultimamente mi è capitato tutto il contrario / quando mi sono fidata sono stata delusa e ingannata / e mi sono fatta male molto male.

Così come a tenere insieme lo scambio di battute interviene, frequentemente, l’espediente della “parola-eco” (si veda qui, nella seconda battuta, un accenno di stile gnomico che scade nella prevedibilità):

– Io ero la tua giovane preda e tu mi hai puntata per entrare nel mondo della finanza.

– Ti ho puntato perché eri bellissima.

Su un registro medio-alto si assesta anche il settore lessicale, in cui domina un lessico piuttosto forbito; pochi i diminutivi («questi sono trucchetti che funzionano con la gente comune / non cascarci anche tu»), scarsi i genericismi («non sono cose che ti riguardano»), ma permane qualche frase fatta («ma lei davvero pensa di cancellare il suo passato con un colpo di spugna?», «la vita degli altri va avanti»). Si veda lo scambio che segue:

– Certo / è strano pensare che Ettore Ferri sia tornato soltanto per fare della beneficenza.

– Ma poi non credi che sia arrivato il momento di mettere da parte tutti questi rancori? // ti prego tendimi la mano / io ho bisogno di questo favore / dammi la gestione della Fondazione Ferri / e io ti sarò riconoscente per tutto il resto della mia vita.

– Tu sai benissimo che io non posso conferire incarichi senza l’opinione del delegato.

Dicevamo in apertura che prevale una certa uniformità sia diastratica sia diafasica. Si vedano i due dialoghi che seguono; il primo è una telefonata dai toni tutt’altro che distesi, come sembrerebbe arguire dallo scambio tra i due interlocutori, ma non dalla recitazione e dall’espressione dei due attori:

[Rossana] Pronto?

[Ettore] Ciao / Rossana.

[Rossana] Ettore.

[Ettore] Vedo che hai subito riconosciuto la mia voce.

[Rossana] Certo / sì / e fa sempre un certo effetto.

[Ettore] Beh / non dirmi che ti fa paura.

[Rossana] Perché mi hai chiamato?

[Ettore] Io avrei piacere di vederti / se fosse possibile per parlare con te di una questione un po’ personale / un po’ delicata?

[Rossana] Personale?

[Ettore] Sì // avrei però piacere di vederti da sola / senza i tuoi collaboratori / non hai nulla di cui preoccuparti.

[Rossana] Beh / vedi / ho molto da fare // credo proprio che oggi non sarà possibile.

[Ettore] Già / certo // come nuovo presidente della holding sarai molto indaffarata / immagino // ma io ti porterò via solo poco tempo.

[Rossana] Va bene // vieni oggi nel mio ufficio / troverò qualche minuto per te.

[Ettore] Ti ringrazio per la tua disponibilità // e poi non vedo l’ora di ammirarti seduta su quella poltrona.

[Rossana] A dopo.

Come si vede, il dialogo si assesta su un livello piuttosto alto di formalità. I turni risultano ben scanditi, ma non sempre perfettamente credibili; la sintassi è piuttosto semplice: le proposizioni sono perlopiù coordinate tra loro mediante congiunzione o asindeto. Il seguente è, invece, un colloquio/scontro tra due fratelli. Niccolò vuole convincere sua sorella del fatto che l’uomo con cui ha intrapreso una relazione ha in realtà solo intenzione di usarla per i suoi scopi personali:

[Niccolò] Sei in partenza?

[Cecilia] Sì / vado a Portofino / c’è un convegno di economia.

[Niccolò] Con Riccardo? // hai detto partiremo [nella battuta precedente alla cameriera].

[Cecilia] Sì / vado con lui.

[Niccolò] La vostra prima uscita in pubblico / così tutti sapranno della vostra relazione.

[Cecilia] Non vedo perché la dovremmo tenere nascosta.

[Niccolò] Beh / Riccardo non ha alcun interesse // fra poco ci sarà il processo a Serena / e per dimostrare la lealtà verso la nostra famiglia vuole accelerare le cose con te.

[Cecilia] Non mi sembra che Riccardo abbia niente da dimostrare // al contrario se c’è qualcuno che ha dimostrato poca lealtà nei confronti di tutti sei tu / Niccolò // sei rimasto l’unico a frequentare ancora Serena Bassani // l’unico a perorare ancora la sua causa.

[Niccolò] Io invece ti sto facendo un favore // ti posso togliere una possibile rivale visto che Riccardo è ancora innamorato di lei.

[Cecilia] Riccardo non è innamorato di lei / e se proprio lo vuoi sapere è stato lui a decidere di non frequentarla più.

[Niccolò] E tu gli credi? // è questo quello che ti ha raccontato?

[Cecilia] Preferisco credere a lui che a un’estranea che è accusata dell’omicidio di nostro padre // e credo che la frustrazione che hai accumulato / ti stia facendo perdere il senso della realtà.

[Niccolò] Io invece credo che la mia esperienza possa insegnarti qualcosa // Riccardo ti userà / e quando non avrà più bisogno di te ti getterà via / proprio come ha fatto con me.

Il dialogo è un po’ più mosso del precedente: vi compare qualche espediente a mimare un discorso reale, ma siamo ancora su una linea medio-alta. A vivacizzare il dialogo notiamo qualche frase scissa anche se implicita («sei rimasto l’unico a frequentare ancora Serena Bassani / l’unico a perorare ancora la sua causa», «è stato lui a decidere»), alcune ripetizioni, che passano anche da battuta a battuta (es. «innamorato di lei»), l’uso contrastivo dei pronomi personali che contribuisce a rendere mosso il colloquio (sei tu vs io invece). Il lessico è anch’esso non banale (perorare la sua causa; frustrazione, accumulare, ma al contrario accelerare le cose con te).

 

Debora De Fazio

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