Boris

Boris

Alfredo, la scena è moto semplice: basito lui, basita lei, macchina da presa fissa, luce un po’ smarmellata e daje tutti che abbiamo fatto! (Boris; 1, 8)

Boris, la fuoriserie italiana: così recita la tagline della serie e così viene pubblicizzata dalla Fox International Channels Italy che l’ha prodotta insieme alla Wilder. Il titolo provvisorio era Sampras, poi cambiato per via dei possibili problemi legali con la Nike, detentrice dei diritti del nome. L’episodio pilota è stato presentato nella sezione Extra del Festival internazionale del film di Roma nel 2006. La regia della prima stagione è di Luca Vendruscolo, anche sceneggiatore insieme a Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico.
La prima stagione va in onda tra aprile e luglio del 2007, mentre l’11 settembre 2007 viene trasmesso da Fox Gli occhi di Boris – Backstage, ovvero il “dietro le quinte” della prima stagione di Boris, con le scene più divertenti e imbarazzanti, alcune sequenze inedite e le interviste agli attori.
Il 14 febbraio 2008 iniziano le riprese della seconda stagione, trasmessa, sempre su Fox, a partire dal 12 maggio 2008. La regia della seconda stagione è di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo. Le riprese della terza stagione cominciano a metà luglio 2009 e durano circa 12 settimane. La regia della terza stagione è di Davide Marengo.
Solo nel 2011 la serie approda sulla tv generalista ed è trasmessa dal 9 novembre in seconda serata su Raitre. Nel corso del 2010 si sono svolte le riprese di Boris – Il film, trasposizione cinematografica della serie. Il film è uscito nelle sale il primo aprile 2011.
Caso televisivo degli ultimi anni, la serie si presenta inizialmente come un prodotto di nicchia che si distingue dalle classiche fiction italiane per originalità e qualità della sceneggiatura, per il ritmo incalzante, per l’umorismo graffiante e per i personaggi grotteschi e caratteristici.

Alessandro (Alessandro Tiberi) riesce a partecipare come stagista alla produzione di una soap opera: Gli occhi del cuore 2. Rappresentando l’ultima ruota del carro, sin dal primo giorno viene umiliato e schiavizzato dal resto della troupe e capisce ben presto che il mondo della fiction non è quell’ambiente patinato che appare agli occhi di tutti. È, invece, una realtà fatta di cinismo, sotterfugi e superficialità. Gli occhi del cuore è l’imbarazzante prodotto di questa realtà. Una soap così brutta che la prima stagione è stata eliminata dal palinsesto. Invece di pensare ad un altro progetto, la produzione (la Magnesia, chiaro riferimento alla Magnolia, società di produzione televisiva italiana) preferisce realizzarne una seconda serie con la convinzione che la prima non abbia avuto successo perché collocata male nel palinsesto. Questa è almeno la poco convincente spiegazione che Diego Lopez (Antonio Catania), delegato di rete, appioppa alla troupe il primo giorno di riprese, nel primo episodio di Boris. La soap è caratterizzata da una sceneggiatura improponibile, ambientata in una clinica medica, Villa Orchidea, con dialoghi senza senso e situazioni paradossali. I responsabili di questo lavoraccio sono tre simpatici sceneggiatori scansafatiche (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti), che attireranno l’ira di molti.
Il regista René Ferretti (Francesco Pannofino), deluso dal cinema, ha abbandonato i progetti impegnati e di qualità per lavorare in un ambiente poco stimolante, perché viene ben pagato, tanto che non ha nessun problema a girare tutte le scene con il metodo definito «alla cazzo di cane». Porta sempre con sé sul set il suo portafortuna, un pesciolino rosso che ha chiamato Boris (in onore di Boris Becker), al quale si rivolge nei momenti di sconforto: amico silenzioso, «sembra talvolta rappresentare il punto di vista del pubblico, fosse soltanto per la sua condizione di muto spettatore» [Brogna-Loi 2009]. L’attrice protagonista, Corinna Negri (Carolina Crescentini), bella e stupida, è riuscita ad ottenere la parte perché amante del produttore della serie, il potente dottor Cane, ed è definita da René e da tutta la troupe «cagna maledetta» proprio per la sua totale incapacità a recitare. Il “divo” de Gli occhi del cuore è, invece, Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti): pieno di sé, superbo quanto idiota, crede di essere un grandissimo attore, forse il migliore in Italia, e definisce in modo dispregiativo «troppo italiana» qualsiasi cosa o persona non all’altezza del suo “talento”. Il regista René dovrà fare i conti costantemente con i capricci degli attori, ma anche con le assurde pretese del delegato di rete Lopez, sottomesso al dottor Cane, che si inventerà le più inconcepibili trovate per alzare gli ascolti. Il solo appiglio per René è Arianna dell’Arti (Caterina Guzzanti), l’assistente alla regia, l’unico personaggio serio e professionale della troupe, che cerca ogni giorno di portare a casa quante più scene possibile facendo fronte a problemi di ogni tipo. Proprio lei sarà l’oggetto del desiderio dello stagista Alessandro e dell’attore Stanis.
Macchinisti ed elettricisti brutali che prendono il sopravvento sugli stagisti riducendoli a muti servi, un direttore della fotografia cocainomane, un delegato di produzione avido e menefreghista: questi e tanti altri personaggi kafkiani si muovono dietro le quinte de Gli occhi del cuore, figure tanto surreali quanto reali.
Numerosi i riconoscimenti e i premi assegnati a Boris: nel 2008, al Premio Saint-Vincent per la Fiction vince il Telegrolla d’oro per il miglior soggetto. Lo stesso anno, al Roma Fiction Fest i premi vinti sono: miglior attore sitcom a Pietro Sermonti, miglior produttore a Lorenzo Mieli (per Wilder), miglior prodotto per la sezione “lunga serie” alla Wilder (per Fox), menzione speciale come miglior prodotto TV. Nel 2011, per Boris – Il film, nomination ai Nastri d’argento come miglior commedia e Nastro d’argento a Carolina Crescentini come miglior attrice non protagonista.

Boris si svolge prevalentemente in un claustrofobico set televisivo a Cinecittà e gli attori si muovono tra camerini, un esterno di raccordo, alcuni gazebo per mangiare e i depositi. A questi spazi si contrappone spesso il palazzo vetrato dove staziona il temutissimo dottor Cane o la casa dove i tre sceneggiatori de Gli occhi del cuore si cimentano nella scrittura dei copioni (nella terza stagione di Boris, invece, lavoreranno su un lussuosissimo yacht).
Boris può essere definita come una fiction corale, in cui i personaggi «sono in conflitto tra di loro e con il mondo» [Brogna-Loi 2009]. Anche se, in linea di massima, lo spettatore osserva i fatti dal punto di vista dello stagista Alessandro, anche gli altri personaggi hanno la loro importanza. Non è quindi solo attraverso lo sguardo inizialmente ingenuo di Alessandro che le vicende vengono presentate, ma anche attraverso il punto di vista dei personaggi più cinici e senza scrupoli, come per esempio Sergio, il delegato di produzione. Una galleria di soggetti che ogni giorno combattono per la sopravvivenza, in una sorta di darwinismo sociale nel quale il più furbo e crudele avrà la meglio sugli altri.
Alessandro, lo stagista, è il personaggio che introduce lo spettatore sul set. Attraverso i suoi occhi si potranno osservare da subito il cinismo, la superficialità degli addetti ai lavori, le falsità e i sotterfugi alla base dei meccanismi del piccolo schermo e, soprattutto, lo sfruttamento e il modo irrispettoso con il quale vengono trattati i più deboli, gli ultimi anelli della catena, gli stagisti, appunto. Alessandro, insieme a Lorenzo, lo “stagista schiavo”, rappresenta la figura del precario italiano: «Sono sfruttati, maltrattati, umiliati al punto che quando finalmente troveranno lavoro ci si aggrapperanno con violenza e astio» [Brogna-Loi 2009]. Infatti, Alessandro, pur di racimolare qualche soldo e pagare le bollette e la stanza in affitto, accetterà con entusiasmo 150 euro settimanali, beninteso, lordi.
All’inizio della serie, Alessandro è pieno di speranze e d’entusiasmo, intende imparare un mestiere ed avvicinarsi alla regia, ma presto le sue aspettative verranno tradite: il suo lavoro consisterà nel preparare caffè per tutta la troupe, fare da autista agli attori, esaudire ogni loro richiesta, anche la più assurda, senza protestare, sottomettendosi, per non creare problemi al regista. In La mia Africa, parte prima (2,1), infatti, Alessandro avrà un incidente sul lavoro: durante la preparazione di una scena prenderà una forte scossa elettrica. Sergio, il maligno delegato di produzione, si rifiuterà di chiamare un’ambulanza perché lo stagista non è assicurato e ciò potrebbe causargli dei problemi.
L’immagine esemplare di una generazione: Alessandro, appena assunto, sarà costretto a firmare la sua lettera di dimissioni. «I contratti … ’sti ragazzi … ma che contratti? Passione ce vole, passione!» [Boris, 2,1], gli spiega sadicamente Sergio, il delegato di produzione.
René Ferretti è, come abbiamo detto sopra, un ex regista impegnato, da anni gira orribili fiction delle quali si vergogna apertamente: Caprera (sicuro riferimento alla serie televisiva Capri, prodotta da Rai Fiction nel 2006), La bambina e il capitano Libeccio (ironico riferimento alla melodrammatica fiction Rai Vento di ponente, in onda dal 2002 al 2004 su Rai 2). Durante alcune puntate della prima stagione di Boris, René ricorderà spesso queste serie sospese per i bassi ascolti. Come nel terzo episodio, Lo scalatore delle Ande, nel quale in uno dei tanti “inserti visivi” è mostrata un’improponibile scena di Caprera. René, turbato da questo ricordo, rivolgendosi al suo amato pesciolino rosso confesserà: «Mamma mia la monnezza che ho fatto. Boris, io andrò all’inferno, lo sai? E tu sarai al mio fianco… quanto dolore inferto» [Boris 1,3]. Anche i predecessori del pesce Boris, ognuno usato come portafortuna per ogni fiction girata, avevano il nome di altri famosi tennisti. Per le riprese di Medical Dimension, nella terza stagione di Boris, René sceglie il nuovo pesce rosso Federer, da Roger Federer.
René è costretto a girare ogni giorno scene imbarazzanti, con bruttissime luci e attori incapaci, fingendo che tutto proceda per il verso giusto e sforzandosi di prendere come buone anche le peggiori scene, pur di andare avanti con il lavoro e portare a casa “la giornata”. «Dai dai dai!», ripete alla sua troupe e agli attori cercando di infondere grinta anche a se stesso. Ma quasi sempre le cose non andranno come spera: dovrà fare fronte ai capricci degli attori de Gli occhi del cuore, tanto incapaci quanto permalosi, ai quali spesso René dovrà sottostare pur di continuare senza intoppi le riprese: così, per esempio, nell’episodio 1,6, Come Lars von Trier, nel quale Corinna si rifiuta categoricamente di girare una scena di nudo. Allora René, pur di porre fine alle sue lamentele, obbliga tutti i presenti a lavorare senza vestiti, in modo che Corinna non si imbarazzi a recitare nuda di fronte a tutta la troupe.
Ma René, spesso frustrato dai problemi, dal lavoro approssimativo di tutta la troupe, dalle pressioni del direttore e del delegato di rete, esplode e si lascia andare a sfoghi urlati con tutta la forza che ha in corpo, facendo zittire tutti. Nell’episodio 1,4, Qualità o morte, esasperato da un’attrice che non riesce a piangere e dalle critiche di un suo amico regista, Gioacchino Pané (Pietro De Silva), invitato da René stesso sul set, comincia ad urlare: «Forse tu mi hai rotto i coglioni… mi fai il cazzo di piacere di prendere la porta e andartene, chiaro?! E adesso, signori, si ricomincia, e, siccome abbiamo perso troppo tempo, si ricomincia a fare le cose a cazzo di cane!» [Boris, 1,4].
«A cazzo di cane» è il motto di Boris, di René, del modo di lavorare sul set de Gli occhi del cuore: non importa che Corinna reciti malissimo, che le interpretazioni di Stanis risultino artefatte, che la luce del direttore della fotografia, Duccio Patanè, sia sempre troppo “aperta”, che le immagini siano fuori fuoco e che tutta la storia non sia credibile. L’importante è girare quanto più possibile per accontentare la rete e non rischiare che la serie chiuda. René è ormai rassegnato a lavorare in queste condizioni, e, nonostante spesso si vergogni profondamente delle amenità che realizza, chiedendo spesso scusa a tutta la troupe, non riesce a fare diversamente. Eppure è un bravo regista, che ha vinto numerosi premi, ma quando prova a cambiare le cose sul suo set riceve solo delusioni. Nell’undicesimo episodio di BorisExit Strategy, René dimostrerà tutto il suo talento realizzando, tra una pausa e l’altra delle riprese, un cortometraggio a sfondo ecologico, La formica rossa, che si rivelerà un capolavoro. Ma poi la realtà alla quale deve far fronte è quella «alla cazzo di cane», all’italiana: «Nella televisione italiana, la maggior parte degli scrittori è vittima di un sistema che vuole omologare la scrittura a standard bassissimi, con la terribile presunzione delle reti che ripetono: “tanto il pubblico vuole questo”» [Brogna-Loi 2009], spiegano i tre sceneggiatori e registi di Boris, Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo.
Oltre ai deliranti sfoghi con il suo amato pesciolino Boris, l’altro importante appiglio per René è rappresentato da Arianna Dell’Arti, l’assistente alla regia. Arianna è forse l’unico personaggio che prende sul serio il suo lavoro: seria e rigida con tutti, soprattutto con lo stagista Alessandro, ogni giorno deve far fronte ad ogni tipo di problema, scendere a compromessi con gli attori che vogliono fare le cose di testa loro, gestire le comparse, chiamare all’ordine i tecnici indisciplinati. Sembra che non abbia una vita fuori dal set, che viva solo per il suo lavoro e che sia priva di ogni tipo di sentimento. È molto brava con la telecamera, tanto che nel sesto episodio di BorisCome Lars Von Trier, sostituirà René alla regia girando una bellissima scena di passione tra Corinna e Stanis. Alessandro si innamorerà di lei, ma inizialmente Arianna non farà altro che comandarlo a bacchetta e schiavizzarlo («Tu stai fermo qui, in silenzio e aspetti ordini, ok?»); in seguito anche lei si innamorerà dello stagista e tra i due inizierà una complicata relazione.
Stanis La Rochelle è il protagonista de Gli occhi del cuore, e come abbiamo detto, è vanesio, pieno di sé, bugiardo e senza talento, ma crede di essere il migliore attore italiano. Considera “troppo italiana” qualsiasi cosa o persona che non sia di suo gradimento, e questa frase sarà una costante durante tutte e tre le stagioni di Boris. Nella prima stagione, definirà addirittura Shakespeare “troppo italiano”: ha persino trasformato il suo nome da Enzo Facchetti in Stanis, proprio per rinnegare qualsiasi riferimento all’Italia. Prima di ogni scena, deve concentrarsi e calarsi interamente nella parte secondo il metodo Stanislavskij, che Stanis dice di aver studiato. È così lontano dalla recitazione, che trovandosi di fronte ad un importante attore di teatro, Orlando Serpentieri (Roberto Herlitzka), avrà il coraggio di dire: «Io trovo questa scelta che hai fatto del teatro una cosa coraggiosa, ma proprio coraggiosa da morire, quasi incomprensibile se posso dire… io lo affronterò il teatro… lo sento proprio dentro» [Boris,1,2].
Il suo ego è così smisurato, che nella terza stagione di Boris arriverà addirittura al punto di farsi le interviste da solo.
Corinna Negri è la star de Gli occhi del cuore. «L’unico motivo per il quale noi facciamo tutta questa roba, e non si può cambiare», spiega Lopez a René quando si teme che sia rimasta incinta e quindi rischi di lasciare la serie. Indispensabile non lo è di certo per la sua bravura, ma per il semplice fatto che è l’amante del direttore di rete, il dottor Cane, che decide su ogni aspetto della produzione. Conosciuta meglio come la “cagna”, come viene definita da René per la sua pessima recitazione, stupida e viziata, come ogni “diva” che si rispetti fa i capricci e pretende che ogni suo desiderio venga esaudito, contestando anche le decisioni di René o quanto è scritto nel copione. All’inizio della seconda stagione di Boris, per la gioia di René, lascerà Gli occhi del cuore perché scelta per interpretare la parte di Madre Teresa di Calcutta da giovane in una fiction: «Ho scoperto un sacco di cose su di lei, per esempio, lei si chiamava Teresa ma non era italiana! Poi ho fatto delle altre ricerche e ho scoperto che purtroppo è deceduta… e che nonostante il suo simpatico appellativo lei non era madre, nun c’aveva figli, cioè era una donna piena di misteri questa!» [Boris, 2,1], spiegherà piena d’orgoglio Corinna ad un allibito René.
Duccio Patanè (Ninni Bruschetta) è il direttore della fotografia. Trascorre il suo tempo a dormire e ad assumere cocaina asserendo, invece, di «riflettere» sul tipo di luce da usare nelle scene. La sua cifra stilistica consiste nello «smarmellare» tutto: ovvero sovraesporre la luce in scena senza alcun proposito estetico. «La fotografia fa schifo perché lo vogliono “loro”, non può essere più bella di quella della pubblicità, altrimenti la gente cambia canale» [Boris, 1,1], spiega ad Alessandro nel primo episodio di Boris. Duccio, un tempo, come René, amava il suo mestiere, ma poi, parole sue, «Io qua mi trovo a mio agio perché ti chiedono di lavorare poco e male, e ti pagano bene» [Boris, 1,7]. È proprio René a convincerlo a lavorare per Gli occhi del cuore durante un periodo di degenza in ospedale in seguito ad un’overdose, come viene mostrato in un inserto visivo nell’episodio Il gioielliere, nella prima serie di Boris.
Augusto Biascica, il capo elettricista, si occupa di gestire le luci sotto gli ordini di Duccio: si limita quindi a «smarmellare» la luce, aprendo al massimo l’otturatore dei fari. È lo stereotipo del “romano de Roma”, becero e con atteggiamenti da sindacalista; la sua unica vera passione è la Roma (vuole chiamare suo figlio Francesco Totti Biascica). Uomo manesco, maltratta fisicamente e psicologicamente il suo “schiavo” Lorenzo: «A merda! Muto devi stare!» gli urla appena prova a parlare o fa qualcosa di sbagliato. Ma si diverte anche a mettere in difficoltà lo stagista Alessandro. Nonostante il fatto che parli mangiandosi le parole, Biascica non è un soprannome, ma il suo vero cognome.
Lorenzo, lo stagista “schiavo” (Carlo De Ruggieri), è sottomesso a tutta la troupe, in particolare a Biascica; nelle prime due stagioni parlerà pochissimo e nel primo episodio, terrorizzato, spiegherà ad Alessandro che gli chiede informazioni sul lavoro: «Mi hanno detto che devo tacere!».
Diego Lopez è il delegato di rete che fa da tramite tra la rete e il dottor Cane, al quale risponde. Costituisce una sorta di incubo per René, perché Lopez è incaricato di comunicare le decisioni della produzione che spesso si rivelano assurde. Nonostante questo, non ricopre una posizione di spicco, anzi, si mostra asservito nei confronti dei dirigenti di livello più alto e verso gli attori raccomandati dai personaggi di potere.
I tre sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti) sono i responsabili delle surreali scene de Gli occhi del cuore. Svogliati, pigri, interessati solo ai soldi, scrivono le sceneggiature senza rifletterci troppo, non badando alla coerenza delle linee narrative, plagiando addirittura le soap straniere senza apportare i dovuti adattamenti, come accade quando, nella terza stagione, trasformeranno l’americana Festa del Ringraziamento in un’improbabile «Festa del Grazie». Nelle prime due stagioni di Boris appariranno spesso in inserti visivi nel loro appartamento, intenti a “lavorare”, mentre nella terza stagione, ormai arricchiti, trascorreranno tutto il tempo su uno yacht, cercando di concentrarsi sulle scene da scrivere: per questo lavoro guadagnano a settimana circa 3.500 euro a testa. Ogni scena è contrassegnata da pochi stati emotivi che i tre sceneggiatori esprimono con i tasti funzione del loro computer. Tra questi figura lo stato d’animo “basito” F4, e “perplesso” F3, che fanno da padrone nelle scene della soap.
Quando poi non sanno che cosa inventarsi per mantenere alta l’attenzione in una puntata arrivata ad un punto morto, si riducono a scrivere una squallida scena di sesso, «Facciamoli scopare, così de botto, senza senso!», congratulandosi poi a vicenda: «Genio! Genio!». René li detesta profondamente.
Il dottor Cane (Arnaldo Ninchi) è il direttore di rete, una voce senza volto che appare occasionalmente nella serie e che rappresenta tutta l’alta dirigenza dietro al mondo della fiction. I suoi interessi sono sempre tesi a rimarcare fatti economici, politici e sessuali. Il suo volto verrà mostrato solo nella terza serie.
Cristina Avola Burkstaller (Eugenia Costantini) è l’attrice che sostituirà Corinna ne Gli occhi del cuore nella seconda serie di Boris. Mentre Corinna viveva con ambizione il suo lavoro, Cristina sembra non essere interessata alla vita da attrice e si comporta come se la scelta di recitare non fosse sua. Si reca saltuariamente sul set, costringendo la troupe a modificare i propri programmi in funzione delle sue assenze o ritardi. Tuttavia, la produzione impone di trattarla con il massimo rispetto, essendo la figlia del ricco finanziere Avola Burkstaller, conosciuto anche come “Mazinga”. Cristina, però, a differenza degli altri attori, si interroga più volte sul senso delle battute che le vengono affidate, rendendosi conto della scarsa qualità del prodotto girato.
Karin (Karin Proia) è presentata, durante la sigla della seconda serie di Boris, come «le cosce». Bella e provocante, viene chiamata sul set per interpretare il ruolo di un commissario di polizia; il suo scopo quindi è quello di aumentare l’audience creando momenti sexy. Si distingue subito per i suoi modi schietti e volgari: «Io non c’ho nessun problema a dire che per il cinema la do tranquillamente, non batto ciglio! Ma pe’ la televisione non esiste proprio, è sbagliato!».
Numerosi personaggi famosi, provenienti dal grande e piccolo schermo, sono presenti in diversi episodi di Boris, marcando ancora di più il valore metalinguistico della serie televisiva. Tra i più noti: Valerio Mastandrea nell’episodio Una giornata particolare, nel quale interpreta un attore esordiente che tenta un provino con René Ferretti. Poi il Trio Medusa, Filippo Timi, Valentina Lodovini, Laura Morante, Paolo Sorrentino, il cantante Alessandro Mannarino e persino il Gorilla dello spot del Crodino. Inoltre, i tre registi di Boris compaiono in piccoli ruoli in vari episodi: Giacomo Ciarrapico è il giornalista che domanda a Stanis dove si trovi il Darfur nell’episodio Il gioielliere, Mattia Torre è il fotografo alle prese con Stanis nell’episodio Buon Natale, Luca Vendruscolo è il medico che visita Biascica nell’episodio Il travestimento è saltato.
Come si spiega nel backstageGli occhi di Boris, alcuni tecnici de Gli occhi del cuore sono componenti della vera troupe di Boris e il ragazzo che interpreta la parte di uno degli stagisti, colleghi di Alessandro, è proprio un vero stagista, addetto anche a portare i caffè agli attori di Boris. La vera assistente alla regia, Arianna Dell’Arti, interpreta una microfonista che spesso compare nelle scene in cui viene dato il ciak. Caterina Guzzanti, nel backstage, ha spiegato come il personaggio da lei interpretato sia ispirato alla vera Dell’Arti, non solo nel nome: infatti, quando la Guzzanti pronuncia le frasi «Silenzio per favore!» e «Eeeh… azione!», imita il modo di parlare severo e autoritario della ragazza.

Boris, per gli argomenti che tratta e per il modo in cui li affronta è sicuramente una serie innovativa, diversa dai soliti prodotti che vengono presentati soprattutto sulla tv generalista. È, innanzitutto, la prima fiction made in Italy concepita per il satellite, e proprio per questo ha potuto contare su una maggiore libertà e su meno ingerenze da parte della rete, a partire dalla sceneggiatura, che presenta una struttura narrativa non fissa ma che spazia tra diversi modelli seriali. Nella prima stagione, ogni singolo episodio può essere fruito indipendentemente dagli altri, tranne gli ultimi due episodi di tutte e tre le serie che sono strettamente legati tra di loro: l’introduzione dell’ultimo presenta, infatti, il riassunto di quello precedente.
Ogni episodio comincia con un teaser della durata media di circa un minuto e mezzo, che spesso introduce la storia principale.

Sigla. Dopo il teaser introduttivo, comincia la sigla, che offre subito una chiave di lettura del programma in termini di genere: si tratta di una canzone di Elio e le storie tese la cui parte musicale è tratta dal brano Effetto memoria, dell’album Sudentessi. La sigla, sempre uguale in ogni episodio, è caratterizzata da un umorismo nonsense sulla falsariga comica della serie: ogni personaggio è inquadrato mentre canta un verso della canzone, si trova sul set in un istante rappresentativo del suo ruolo e viene presentato con didascalie. Nella seconda serie, invece, i personaggi nuotano dentro la boccia di Boris, come accade poi nella sigla della terza serie, in cui sono trasformati per metà in pesci.

Parte, poi, l’episodio vero e proprio, introdotto dal titolo e seguito dai titoli di testa. Gli episodi hanno la durata media di 25 minuti, ma tenderanno ad allungarsi soprattutto nella terza serie, raggiungendo anche la durata di 40 minuti. La prima stagione, a parte gli ultimi due episodi, è priva di linee orizzontali vere e proprie: si tratta di linee di racconto che proseguono da un episodio all’altro e spesso riguardano relazioni amorose o l’evoluzione dei personaggi. Una tessitura orizzontale un po’ più strutturata è presente a partire dalla seconda stagione. Ogni episodio è incentrato sui vari aspetti del mondo della soap opera, e per questo possiamo parlare di Boris come una fiction nella fictionGli occhi del cuore ricorda molti prodotti seriali italiani e le soap, anche straniere. Intrecci amorosi, uomini e donne potenti che si fanno la guerra a colpi di pacchetti azionari, morti improvvise, resurrezioni miracolose, dialoghi e situazioni spesso paradossali sono costanti che si ritrovano in questa e in tante soap, e proprio su queste caratteristiche fa leva l’ironia di Boris, la cui seconda gamba si fonda sulle intromissioni e richieste perentorie della rete e dei produttori, come accade nell’episodio 1,9, Una questione di principio, in cui René è costretto a rigirare una scena della prima stagione nella quale la dottoressa Giulia, interpretata dalla “cagna” Corinna, accetta di praticare un aborto. Ciò scatena l’ira della Chiesa Cattolica e il dottor Cane ordina categoricamente di cambiare il finale dell’episodio in questione.
La riflessione metalinguistica è impietosa. Ne Gli occhi del cuore la trama è ignorata da tutti, attori, regista e tecnici: nell’episodio L’anello del conte, Alessandro chiede a René di spiegargli la trama de Gli occhi del cuore. René gli risponderà: «Guarda, Occhi del cuore parla di … scava nell’animo umano e noi dobbiamo crederci!». L’ironia si riversa anche sul pubblico: nonostante di prodotti televisivi come questi, mal girati, con situazioni e scene prevedibili, storie intrise di retorica e buonismo, milioni di persone non perdono neanche una puntata. Lo stesso dottor Cane, nell’ultimo episodio di Boris 3 (Ritorno al futuro, parte seconda), paragonerà Gli occhi del cuore al Colosseo: «È vecchio, decrepito, i piccioni ci defecano sopra, ma lui sta sempre lì e lo guardano tutti».
Nella terza stagione ci saranno diversi cambiamenti: attraverso questa serie gli sceneggiatori di Boris hanno voluto raccontare «l’immobilismo di questo Paese attraverso l’immobilismo dei dirigenti di rete» [Brogna-Loi 2009]. René cercherà, come sempre invano, di fare una fiction di qualità. Terminato Gli occhi del cuore, si metterà al lavoro su uno spin off della soap Medical Dimension, in cui il dottor Giorgio Corelli lascia “Villa Orchidea” per la sanità pubblica: si tratta, nelle intenzioni, di una serie innovativa che si propone di denunciare i problemi della sanità italiana in maniera cruda, realistica e senza moralismi. René è entusiasta del progetto ma si troverà di nuovo, suo malgrado, a lavorare con Stanis La Rochelle, che non può essere sostituito perché rende l’operazione più sicura attirando tutto il numeroso pubblico che lo ha sempre seguito: le ragazzine, le mamme, le nonne. Medical Dimension, quindi, si propone di dare una svolta al mondo della fiction italiana, di risvegliare le coscienze, di raccontare gli aspetti scomodi della sanità pubblica e creare quindi discussioni, dibattiti pubblici, polemiche. Un progetto che naturalmente non verrà realizzato in questo modo e che finirà per essere il solito prodotto-spazzatura. Si scoprirà, anzi, che Medical Dimension in realtà è una trappola: lo stesso dottor Cane spiegherà a René che la serie è stata creata dalla rete con lo scopo di farla fallire e dimostrare che una tv innovativa e impegnata non serve e, quindi, tornare a produrre le solite fiction stereotipate. «[…] Se qualcuno facesse una fiction moderna … ben scritta, ben recitata ben girata … ma tutto un intero sistema industriale, ma fondamentale per il nostro Paese, di colpo, così da un giorno all’altro dovrebbe chiudere! […] Perché rivoluzionare un sistema che funziona già?», spiega Lopez a René, che non concepisce questa logica.
Si è già accennato ad uno degli stilemi più interessanti della serie, l’inserto visivo, ovvero una breve scena che va ad inserirsi improvvisamente all’interno di un’altra scena creando un effetto che può avere diverse funzioni: a volte visualizza le fantasie dei personaggi, altre volte enfatizza quello che viene detto nei dialoghi o lo contraddice, altre ancora rappresenta un flashback. Nel primo episodio di Boris, per esempio, uno degli inserti indica un pensiero di René che, in seguito ad un litigio con Corinna, che si rifiuta di pronunciare una battuta, spiega in maniera chiara e dissacrante come la “cagna” sia riuscita ad avere la possibilità di modificare il contenuto dei dialoghi: attraverso favori sessuali al dottor Cane.
Gli inserti visivi rappresentano uno degli strumenti più comici della serie e tendono a rafforzare il valore metalinguistico di Boris, essendo chiaramente commenti autoreferenziali.
Ma in Boris sono presenti anche espedienti narrativi specifici del genere della sit-com. Uno di questi è la running gag, elemento che ricorre, a dosi non molto massicce, in tutta la storia [Brogna-Loi 2009]. Non si tratta di una sottotrama, ma piuttosto di uno sketch ricorrente, come, per esempio, nel primo episodio di Boris, in cui la gag consiste nei tanti nomi affibbiati dalla troupe allo stagista Alessandro. René lo chiama con nomi sempre diversi, Stanis gli dà un soprannome senza senso, cioè “seppia”, Arianna lo chiama inizialmente “coso”.
Altro elemento narrativo tipico delle fiction è quella che viene definita unresolved sexual tension. Si tratta di una storia d’amore (o di semplice attrazione) tra due personaggi che non si concretizza subito perché ostacolata da vari motivi. In Boris, questo si verificherà tra Alessandro e Arianna, che per molto tempo saranno divisi per varie ragioni: Elena, la ragazza di Alessandro, la reticenza di Arianna che inizialmente vede lo stagista solo come uno dei tanti “schiavi”, l’attrice Karin, con la quale Alessandro trascorrerà una notte di passione. E, infine, anche Silvio Berlusconi, che Arianna confesserà di aver votato sconvolgendo Alessandro, dichiaratamente di sinistra.
I personaggi di Boris rimarranno sempre ancorati ai loro difetti, ai loro modi di fare, ma nel corso delle puntate si potranno riscontrare dei tentativi di cambiamento. Come per René, che vive un continuo conflitto interiore, diviso tra la rassegnazione al proprio ruolo di regista di fiction mediocri e il desiderio di tornare a fare prodotti di qualità. L’unico vero cambiamento, in negativo, è quello dello stagista Alessandro: con il tempo, il ragazzo inizierà ad accettare la vita del set, ad entrare nei meccanismi perversi di questo mondo e a vedere come normali atteggiamenti che prima considerava inaccettabili. Anche Arianna cambierà, riuscendo lentamente a lasciarsi andare ai sentimenti, ammettendo a se stessa il suo interesse per Alessandro, che inizialmente aveva represso.

In Boris, il linguaggio si classifica in due tipi: quello dei dialoghi de Gli occhi del cuore, formale e retorico nei contenuti, e quello utilizzato da René e da tutta la troupe della soap: un italiano regionale prevalentemente romano, com’è normale per il cinema italiano [D’Achille 2006].
In questo prodotto televisivo si possono individuare diversi fenomeni linguistici tipici del parlato romanesco: senza nessuna pretesa di esaustività, la serie trabocca di fenomeni come l’aferesi di vocale prima del nesso nasale più consonante (’nzomma per insomma’nvece per invece), le apocopi sillabiche (viè qua!), anche per gli infiniti verbali e per gli allocutivi («Ma io perché sto a parlà co’ voi?»), che in apertura di interrogazione («e che noo so?»), te soggetto («te sei l’assistente»), de che interrogativo, an interrogativo/esclamativo («an do sta il mio cammerino?»), la preposizione, sistematicamente de («scena de merda»), nei parlanti di Roma.
Frequente la perifrastica stare a + infinito («è mezz’ora che te stamo a aspettà») e l’a allocutivo («a Sergio!»). Numerosi i fatti fonetici: il rotacismo (Sergio: «Sia chiaro che io ar gabbio nun ce torno!», Karin: «L’abbiamo fatta nun so quante vorte!», Karin: «A René, te sto a parlà de sensualità, no de sarcicce!»), la realizzazione di s preceduta da consonante come ts anche in fonosintassi (Sergio: «Me so detto: ma punta ar zole!»), l’assimilazione progressiva all’interno di diversi gruppi consonantici, come nd > nn (Corinna: «Perché se arrivi in ritardo di tre ore, beh, cara mia, gli italiani se ne sò belli che annati!»; Itala: «Vedi d’annattene!», Sergio: «È il sesto camerino che me sfonna!»), l’indebolimento di rr (Sergio: «Biascica, ma a quest’ora s’ariva, so’ le dieci!», Karin: «Se me stai a fa’ la guera te stai a dà ’na martellata sulle gengive!»), la monottongazione (Sergio: «Speriamo che sia ’a vorta bona», Itala: «Addio core!» ), la palatalizzazione di l > jj > j (Biascica, René e altri personaggi: «Daje», Karin: «Senti René, detto tra noi, sbajo o c’hai n’assistente un po’ stronzetta?», Itala: «Er prossimo che me viè sotto glie do na bottijata in testa!», Karin: «Succede sempre così: arivo sul set, litigo co ’a peggio stronza e alla fine diventa la mejo amica mia!»), gli articoli determinativi e i pronomi ’o ‘lo’ e ’a ‘la’ (Karin: «Ma perché ce parlo con questi io non ’o so! Annate và che mo arivo!», Karin: «litigo co ’a peggio stronza»), l’allungamento delle vocali in presenza di pronomi (René: «Gnaafà», «e che noo so?»), la palatalizzazione di ng (Biascica: «Te ricordi che te succedeva quella cosa strana, che te mettevi a piagne senza un motivo?»), il raddoppiamento sistematico di b in tutte le posizioni tranne dopo consonante (Sergio: «’St’ambiente potrebbe esse molto arricchito, ce dobbiamo aggiunge robba, arredamento, robba costosa!»), l’assimilazione di nj davanti a vocale, anche in posizione iniziale, con la conseguente palatalizzazione (René: «Proprio gnente, sai il niente? Il niente!»).
In Boris, quasi tutti i protagonisti provengono da Roma, ad eccezione di Alessandro, milanese trapiantato nella capitale per lavoro, che parla un italiano standard, privo di particolari caratteristiche diatopiche. Si tratta della varietà di italiano parlato anche da Stanis, Arianna, Corinna e Lopez.
All’accento romano del resto della troupe, si aggiungono vari fenomeni substandard. Nell’episodio Il cielo sopra Stanis, sul set si aspetta con ansia l’arrivo del regista tedesco Wim Wenders, il cui nome verrà storpiato da Itala, con perfetto stile semicolto, in Uim Wendess. Non sono rare le storpiature da semicolti usate a scopo evidentemente umoristico per caratterizzare il basso livello di istruzione di personaggi come Biascica, che nell’episodio A morte il conte esprime così i suoi diritti di lavoratore a Sergio: «Tra de noi ce dev’essere un rapporto equo, “do tu des”, cioè io do tu des, un rapporto equo e solitario!», e nell’episodio Come Lars Von Trier, rivolgendosi ad Alessandro, dice: «Che culo che hai che sono eterosessuale, si ero retrosessuale era tutt’altra storia».
Nel parlato, alla comunicazione verbale si accompagna sempre una comunicazione non verbale che enfatizza le parole e spesso completa quello che viene detto. In Italia, il linguaggio dei gesti ha una tradizione ricca e vitale e si differenzia di regione in regione. René Ferretti gesticola molto quando deve spiegare alla troupe e agli attori come sarà la scena che verrà girata, ma soprattutto quando perde la pazienza. Comincia a dimenarsi con tutto il corpo e agita nervosamente le braccia mentre urla e si lascia andare a volgarità e insulti. Sono i momenti in cui il romanesco è più accentuato: «Mortacci tua! Ma tu sei un cane senza appello!» , «A Sergio ma che sei scemo?», «Mo m’hai rotto i coglioni! Va’ a fa’ sta scena da poliziotta e falla bene!», «Statte zitto stronzo!», «Senti, tu mo m’hai rotto er cazzo!», «Un’altra scena de merda de baci de merda!».
La disfemia, specie riferita alla sfera sessuale, è abbondante. Del romanesco si è detto; «Sei una minchia», coerentemente con l’area di provenienza, è utilizzato esclusivamente da Duccio, che è di Messina.
Quanto ai tormentoni, il verbo smarmellare è sicuramente uno dei più riusciti. Con questa parola, il direttore della fotografia Duccio ordina a Biascica di aprire al massimo l’otturatore dei fari, dando in questo modo alle immagini uno strato di bagliore diffuso tipico di molte soap straniere e italiane: un risultato pessimo, in quanto le scene risultano sempre “fuori fuoco”.
Numerosi anche i termini settoriali che indicano oggetti o tecniche conosciuti dagli addetti ai lavori delle produzioni televisive o cinematografiche. Per esempio, in Boris vengono spesso girati i cosiddetti fegatelli, che sono le riprese di dettagli (di un ambiente, di una persona, di un’azione) che poi vengono inseriti nella scena in fase di montaggio. René, durante le riprese, si trova sempre seduto di fronte al combo con accanto Itala e Arianna. Il combo è lo schermo sul quale i registi osservano le scene durante e dopo le riprese e controllano che la luce, le immagini e le diverse inquadrature siano in ordine.
In Boris 2, Cristina si chiede perché durante una scena de Gli occhi del cuore girata in sala operatoria bisogna ripetere cose che si sanno da tempo e Stanis le spiega: «È lo “spiegone”, cioè nelle serie televisive, ciclicamente, bisogna rispiegare quello che è successo, la trama … si fa soprattutto per i vecchi, Cristina, e siccome la maggioranza del nostro pubblico è vecchio tu lo devi dire forte e chiaro».

Il linguaggio de Gli occhi del cuore

Come nelle soap nostrane, anche i dialoghi e il linguaggio utilizzato ne Gli occhi del cuore appare molto formale, anche tra personaggi imparentati tra di loro, ed è diffuso l’uso di frasi fatte e retoriche, accompagnate da una recitazione che lascia a desiderare.
Ecco un esempio dei dialoghi da L’anello del conte:

[Stanis] Giulia, ma tu ti rendi conto che se non restituisci quel maledetto anello tu non sarai mai libera?

[Corinna]  Giorgio, non mi interessa più la libertà!

Nell’episodio Lo scalatore delle Ande:

[Stanis] Ragazzi, la droga non fa bene, ma io leggo dai vostri occhi che voi non siete convinti. Ma forse c’è qualcuno che vi convincerà.

[Comparsa]  Ragazzi, non drogatevi, ho perso la corsa della vita a causa di quella robaccia!

In Qualità o morte:

[Ada De Silvestri] Oh, Giorgio, sono disperata, ho sbagliato tutto nella vita come donna e come madre!”

In Buon Natale:

[René (sostituisce un attore)] A volte sono più le sbarre che abbiamo dentro di noi che ci dividono. Da quando Walter mi ha lasciato, la mia vita non è più la stessa, le giornate, le frasi, le circostanze … ma adesso sento che una luce si è accesa dentro di me!

In La mia Africa, parte prima:

[Corinna (parla con un africano utilizzando lo stereotipo dei verbi all’infinito)] Per questo io cercare Sofia, perché io stare male, ma l’Africa fare bene!

In Boris 2, episodio Un tuzzo:

[Karin] Io lo sentivo che eri innocente!

[Stanis] Invece ti sbagli, sono colpevole … sono colpevole di amarti!

Nell’episodio L’Italia che lavora:

[Mariano Giusti] Dottore, mi aiuti, spesso non riesco a dormire, ho come un formicolio, mi ribolle la rabbia nel cuore, dottore, mi aiuti, lei mi deve aiutare!

 

Caterina Sabato

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