Banshee

Banshee

Brock: È una mia impressione o ogni brutto ceffo con una mitragliatrice viene a Banshee per spararti?
Hood: È una tua impressione! (Banshee; 2, 6)

Banshee – La città del male è una serie televisiva statunitense creata da David Schickler e Jonathan Tropper, trasmessa per la prima volta su Cinemax (emittente televisiva via cavo statunitense di proprietà della Time Warner, nonché canale “fratello” di HBO). La prima stagione, composta da dieci episodi, debutta nel gennaio 2013 e, parallelamente, l’emittente decide di lanciare la webseries Banshee: Origins (Distribuita da Cinemax sul sito web dedicato WelcometoBanshee.com e sulla piattaforma Youtube, Banshee: Origins è un prequel che narra fatti avvenuti prima rispetto alla trama principale di Banshee. Ogni webisodio ha una durata variabile tra i 2 e i 5 minuti e, solitamente, ha per protagonisti uno o due personaggi principali della serie).
Nei primi mesi del 2016 è andata in onda negli Stati Uniti la quarta e ultima stagione della serie, strutturata con 8 episodi dalla durata di circa 50 minuti l’uno. In Italia, l’ultima stagione è stata trasmessa a partire dal  6 maggio 2016 su Sky Atlantic, con un ritardo di solo un mese rispetto alla prima americana.
Di grande spessore la firma di uno dei produttori esecutivi della serie, il premio oscar Alan Ball (5 oscar per American Beauty e creatore di serie come True Blood e Six Feet Under), il quale ha conferito alla serie un’atmosfera pulp, calibrando al meglio scene di sesso e violenza.

Il pilot della serie prende avvio dall’uscita di prigione di un uomo senza identità che ha scontato quindici anni per furto e che, appena fuori, si rivolge a Job, un vecchio amico hacker, deciso a rintracciare la sua ex complice ed ex-amante Ana, con la quale ha realizzato l’ultimo colpo: un furto di diamanti al boss della mafia ucraina Rabbit. Dopo avere scoperto che la ragazza è nascosta in una piccola (e fittizia) cittadina della Pennsylvania, Banshee, appunto, il protagonista decide di mettersi in viaggio per raggiungerla. Quello di cui non è a conoscenza, però, è che Ana ha cambiato nome in Carrie Hopewell, è sposata con Gordon, procuratore distrettuale, e ha due figli, Deva e Dan.
Dopo essere arrivato in città, il misterioso protagonista si ritroverà casualmente ad assistere alla morte del nuovo sceriffo Lucas Hood (anche lui appena arrivato a Banshee), al quale ruberà l’identità per restare e convincere la sua ex compagna a tornare con lui (almeno inizialmente). Proprio Ana e Sugar Bate, ex pugile e proprietario del bar nel quale è morto lo sceriffo, sono le uniche due persone ad essere a conoscenza di questo segreto. Nel suo tentativo di riavvicinare la ragazza, l’ormai Lucas Hood si ritroverà a dover far rispettare la giustizia in una città piena di misteri e di violenza, in cui dietro ad ogni losco affare o attività illegale c’è la firma di Kail Proctor.
Serie rivelazione dell’anno, Banshee si basa su una struttura narrativa all’apparenza consolidata: un antieroe (Lucas Hood), l’amore della sua vita (Ana), un cattivo del presente ed uno del passato (Kail Proctor e Rabbit), due amici (Sugar Bates e Job) e, ovviamente, alte dosi di sesso e violenza. Quello che, però, sorprende non sono le singole caratteristiche della serie, per molti tratti già viste, ma il modo magistrale in cui queste formano il prodotto finale. Un grande lavoro dietro la macchina da presa che si accompagna ad un ottimo uso del montaggio, delle musiche e soprattutto della fotografia (uno degli aspetti più interessanti della serie). La storia si articola quasi come uno Shònen (semplificando, una categoria di manga d’azione), in cui il protagonista ha a che fare con veri e propri duelli, con sfide sempre più grandi di puntata in puntata, che lo porteranno a crescere (anche se non in maniera esponenziale come abbiamo visto in Breaking Bad o in Dexter) e a raggiungere i suoi obiettivi. Sono tinte forti quelli di Banshee, un mix cosituito da più variabili (violenza, sesso, mafia russa, mafia locale, rapine spettacolari, intrighi familiari), che in buona parte delle serie italiane non sarebbe permesso. Lavora per accumulo, e, quando ci si rende conto che tutto quello che sta succedendo non ha alcun senso, è già ora di vedere un altro episodio.

Il protagonista Lucas Hood (Antony Starr) è un ladro professionista che quindici anni prima si fa arrestare per permettere alla sua complice/amante di fuggire. La rapina ai danni di Rabbit, macabro criminale e padre di Ana, non gli ha reso la vita facile né in carcere né subito fuori, dove fin dall’episodio pilota quest’ultimo cercherà di catturarlo. Ben addestrato e tendente alla violenza, Hood si ritroverà a far rispettare la giustizia (almeno la sua) in maniera piuttosto atipica, scavalcando tutte le regole del diritto e scendendo a compromessi quando necessario. Ha un forte ascendente sulle donne, con le quali durante la serie avrà più volte incontri ravvicinati. È legato fortemente al personaggio di Ana, motivo per il quale, ameno inizialmente, deciderà di rimanere a Banshee.
Ana (Ivana Miličević), ex amante ed ex partner di Hood, ormai mamma modello, cerca di tenere il suo vecchio complice lontano dalla sua nuova famiglia. È la figlia di Rabbit, boss criminale che ha cercato di rapinare quindici anni prima e che da quindici anni la cerca. Abile nel combattimento corpo a corpo e con armi nascoste in giardino, ha costruito un’identità e una vita fittizia che, dopo l’arrivo di Hood, non le sarà facile portare avanti.
Sugar Bates (Frankie Faison), barista, ex pugile, ex carcerato, è colpito subito dallo “stile” di Hood e decide fin dall’inizio di supportarlo. Fonte di saggi consigli, è l’unico della città a sapere il segreto dell’identità fittizia del protagonista, al quale darà un posto dove stare e aiuto nelle situazioni più difficili.
Job (Hoon Lee), hacker transgender, vecchio partner di Hood, aiuta quest’ultimo a crearsi una nuova identità e, successivamente, entra a far parte del gruppo (formato da Hood e Sugar) trasferendosi a Banshee. È colui che risolve i problemi: crea documenti, apre porte e trova persone direttamente dal suo portatile. Nella sua eccentricità, dona alla serie quel tocco di humour che mancava.
La polizia, praticamente alle dipendenze di Hood, non è sempre d’accordo con il suo modo di fare, ma imparerà col tempo ad accettarlo e a tratti anche ad apprezzarlo. La caserma, per mancanza di fondi, è un ex rivenditore di automobili chiamato Cadi (per via della scritta Cadillac rimasta incompleta). I poliziotti, almeno all’inizio della serie, sono tre: Siobhan Kelly (Trieste Kelly Dunn), Brock Lotus (Matt Servitto) ed Emmett Yawners (Demetrius Grosse).
La comunità Amish: una comunità nella comunità. Isolati dalla società, vivono principalmente di allevamento e agricoltura. Tra loro spicca Rebecca Bowman (Lili Simmons), una giovane che fatica ad adeguarsi alle regole imposte dalla sua religione. Allontanata dalla comunità, trova rifugio in casa dello zio Proctor, anche lui un Amish che ha preferito andar via, piuttosto che adeguarsi ai profondi dogmi della sua gente. L’abbondanza di popolazione Amish nella cittadina è attinente alla realtà, visto che le più grandi comunità di questa religione si trovano proprio in Pennsylvania e in Ohio.
Kai Proctor (Ulrich Thomsen), un Amish che ha abbracciato il lato oscuro e per questo disconosciuto dalla propria famiglia. Controlla il crimine di Banshee e quasi tutti hanno paura di lui. Sadico fin dall’inizio, tende, però, a mostrare il suo lato umano in alcune situazioni. Cattivo di classe, abile stratega e all’occorrenza ottimo combattente, è un personaggio a cui è difficile non affezionarsi. Molto legato alla nipote Rebecca, ha un rapporto strano con Hood, con il quale vivrà alti e bassi durante la serie.
Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), eredita dal padre il comando del consiglio e della tribù Kinaho, entrando fin da subito in contrasto con Proctor, col quale darà inizio ad una faida. È elegante e non particolarmente carismatico; non sempre, durante il corso della storia, riuscirà a mantenere il controllo della situazione.
Rabbit (Ben Cross), boss della mafia ucraina, a differenza di Proctor sembra avere un potere che va oltre gli interessi locali (e per locali questa volta intendiamo New York) e non mostrare alcun segno di umanità. Un criminale sadico ossessionato dalla ricerca dei due che l’hanno imbrogliato, appunto Hood e la figlia Ana. Ha un ruolo rilevante nelle serie.

Tutte le puntate di Banshee si aprono con una sorta di riassunto delle puntate precedenti, in cui vengono riportate alla mente dello spettatore scene che saranno poi collegate all’episodio in questione. Dopo un breve accenno di puntata, ha inizio la sigla.

Sigla. Sulle note di una strumentale scritta dai Methodic Doubt, la sigla, dalla durata di poco più di un minuto, alterna delle fotografie con chiari riferimenti alla serie, come le maschere da coniglio riferite a Rabbit, le armi che poi saranno usate durante i vari episodi  o le foto dei protagonisti a frame che ritraggono la combinazione di una cassaforte (probabilmente del colpo durante il quale Hood è stato arrestato). Su uno sfondo grigio che ricorda una parete, si susseguono le foto e i titoli di testa. Una delle ultime foto è quella di una mano in primo piano che tiene un distintivo. La foto, subito dopo, diventa lo sfondo per presentare il logo della serie, anch’esso scritto in rosso e in maiuscolo, proprio come i titoli di testa, nel quale il distintivo dello sceriffo diventa la “A” della scritta “Banshee”.

Lo scheletro degli episodi è sempre più o meno lo stesso, ma non per questo noioso: ogni puntata presenta un problema che Hood proverà a risolvere nel modo meno ortodosso possibile e situazioni secondarie facilitate dalla grande varietà di personaggi. Il tutto contornato da immancabili scene di sesso e violenza magistralmente costruite. La trama orizzontale procede, invece, su due binari, tra il passato di Hood e Anastasia, parzialmente ricostruito da una serie di flashback disseminati nel corso della stagione, e i tentativi della mafia ucraina di rintracciarli, uccidendo lui e portando a casa lei. La trama, ovviamente, si evolverà e prenderà strade diverse, ma a grandi linee il passato dei due è il filo conduttore di tutto.

Il termine Banshee, da cui prende il nome la città del male e quindi la serie, proviene da alcuni miti irlandesi ed è riferito ad “uno spirito femminile, descritto generalmente come una bella donna dai capelli fluttuanti, con indosso un vestito verde ed una mantella grigia (o alternativamente, vestita completamente di bianco o rosso). Può apparire sia come una donna che canta, sia piangente e avvolta da un velo. Altra caratteristica sono gli occhi perennemente arrossati dal pianto. Banshee significherebbe “donna delle fate” [1].
Banshee è stato scelto come titolo della serie e della cittadina dove di ambientazione per via dell’influenza negativa che lo spirito porta su chi gli sta intorno. La serie è volutamente esagerata, ricorda a tratti Spartacus per la violenza, il sesso esplicito e l’epicità delle scene, ma, a differenza di quest’ultima, essendo ambientata ai giorni nostri, riesce a tratti a illudere lo spettatore che ciò che appare nello schermo potrebbe accadere davvero.
Il linguaggio della serie è crudo e diretto ma, come spesso capita, ripulito nella versione italiana. Non c’è perbenismo o bontà nelle azioni e nelle parole dei personaggi, ognuno agisce per il suo tornaconto, giusto o sbagliato che sia. Il concetto di giustizia è molto personale e il male è la vera forza motrice della serie, una forza che non si può contrastare, ma alla quale (come accade a tutti i personaggi) prima o poi bisogna cedere.  Una sorta di Carlito’s Way in cui c’è una sola via da seguire e cambiarla porterebbe inevitabilmente alla sconfitta o alla morte. Uno dei lati più interessanti di Banshee è l’abbondanza di personaggi con un forte carisma, a differenza di One man show come Dexter o Dr. House: qui tutti a loro modo danno un contributo agli episodi, non facilitando la presa di posizione dello spettatore che si ritroverà a guardare la situazione attraverso diversi punti di vista. Non sono i singoli elementi del linguaggio ad impressionare, ma è la struttura comunicativa nel suo insieme a creare un prodotto di serie A.

 

Salvatore Menna (autore), Alessandra Ciraci (revisore)

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