Amiche mie

Amiche mie

L’unico rischio che potrai correre è quello di essere felice.

Amiche mie è una serie televisiva italiana andata in onda per la prima volta il 5 novembre 2008 sulla rete Mediaset Canale 5. I dodici episodi da cui è composta, diretti da Paolo Genovese e Luca Miniero, raccontano le vicende di quattro amiche tra i trenta e quarant’anni.

Ispirata e variamente accostata (sin dai lanci pubblicitari) all’archetipo americano per questo genere, l’insuperabile Sex and the City, Amiche mie riassume in sé molte delle caratteristiche della commedia sentimentale, genere che, se non altro per gli indici di ascolto altissimi, ha un peso ormai notevole nel panorama della fiction nazionale, da Commesse (analisi linguistica in Alfieri-Motta-Rapisarda 2008: 291-304). Si tratta delle vicende sentimentali di Anna, Marta, Francesca e Grazia, quattro amiche, di età compresa fra i trenta e i quarant’anni (come nell’archetipo americano), interpretate da Margherita Buy, Elena Sofia Ricci, Luisa Ranieri e Cecilia Dazzi. Se il contenuto si ispira, rimanendone ben lontano per qualità, a Sex and the City, il titolo riprende la nota serie di film di Mario Monicelli, Amici miei.
Le caratteristiche di genere appaiono evidenti a partire dalla sigla, realizzata con il ricorso alle caratteristiche dello stile brillante (musica accattivante e tagli fotografici ad effetto), con accenni più o meno melodrammatici, come nel passo che segue, trascrizione di una sorta di voce narrante rappresentata dalle pagine del nuovo libro che il dottor G., sessuologo e coprotagonista (farà da catalizzatore di varie vicende) sta scrivendo contemporaneamente allo svolgimento dell’azione principale (Anna che sale sul parapetto del palazzo per salvare Marta che voleva suicidarsi):
Per vivere non bisogna avere paura di morire // spesso gli errori del passato ci perseguitano / le incertezze del futuro ci spaventano / e anche la promessa di un amore potrebbe essere solo un’illusione // ma dobbiamo guardare avanti senza voltarci indietro // la vita è ora / e vale sempre la pena di cambiarla per essere felici // a volte basta poco / il gesto di qualcuno che ci tende la mano…
In questo brano, passaggi come «la vita è ora» rimasticano canzoni di Claudio Baglioni aggiungendovi l’eco della traduzione letterale di un tormentone pubblicitario della telefonia mobile. Abbondano anche battute del tipo:

[Grazia] Ma dai / è un narciso con la profondità di una pozzanghera.

Possiamo senz’altro ascrivere la lingua di Amiche mie alla categoria di “parlato-simulato” con i dialoghi che cercano di riprodurre molto da vicino le movenze del parlato spontaneo e con notevole ricorso a segnali discorsivi e prevalenza di forme brevi; si veda il dialogo che segue:

[Anna] È lei.

[Grazia] Lei chi?

[Anna] Quella del fatto del bagno

[Grazia] È mia sorella

[Anna] Tua sorella?

L’inflessione dialettale più frequente appare quella romanesca, dato piuttosto fuori luogo dato che la fiction è ambientata a Milano, e punterebbe anzi a essere un concentrato di milanesità. Un generico dialetto meridionale caratterizza il parlato di Franco (il marito di Anna) e di sua madre, sebbene si tratti perlopiù di fatti intonazionali e di qualche raro scambio («Mamma mia // ia’ / come farete quando io non ci sarò più?»; «Anna datte ’na mossa / dai). Ad un livello diastratico simile si veda il parlato della portiera di un appartamento, che usa un italiano regionale chiaramente meridionale (caratterizzato da ripetizioni, strutture a cornice, ecc.):

[Portiera] Signorina Fiore / che piacere vederla // la seguo sempre al tg / è la migliore signorina // io speravo proprio de chiamarla signora / un giorno.

Ad un livello diastratico differente si colloca il parlato sostenuto e poco credibile della segretaria del dottor G., insieme a qualche sbavatura come quella che segue, in cui il marito di Francesca reagisce alla notizia che la moglie lo vuole lasciare con una risposta un po’ innaturale e più tipica del parlato scritto che di un parlato reale («È un modo per ferirmi?»).
Tipica del parlato e comune a un’ampia gamma di varietà è la struttura marcata dei costituenti della frase, complesso di fenomeni che risulta poco presente nell’episodio analizzato (si esemplifica da 1,1). Si riscontrano, infatti, solo due casi di dislocazione a sinistra; in un caso l’elemento dislocato è un complemento oggetto ripreso da un clitico e nel secondo il complemento oggetto è solo dislocato senza ripresa pronominale («Io… // in realtà un pensierino ce l’avevo fatto / tempo fa però non adesso»; «Dello champagne ti occupi te»); tre i casi di dislocazione a destra, tutti con ripresa pronominale («Un pensierino? // le hai tentate tutte», «E la tua cognatina non lo merita un regalo?», «Io l’affronto la vita»); solo due le occorrenze di frase scissa («È l’unico che mi è rimasto», «Ma io è te che voglio»). Segnaliamo infine un caso di notevole messa in rilievo del soggetto, in cui il pronome personale è anticipato, creando un notevole “effetto parlato” («Scusa Francesca / io è meglio che vada»).
Nell’àmbito della morfologia, ricorrono sostanzialmente tutti i fenomeni dell’italiano dell’uso medio. A partire dalla morfologia verbale, si riscontano numerosi casi di sovraestensione del presente a scapito del futuro, soprattutto nelle frasi che si riferiscono ad azioni collocate in un futuro molto prossimo («Sai cosa faccio oggi?», «Domani ci sono i colloqui per il posto», «Ma non te la cavi così / eh?», «Marta / così finisci su tutti i tg»), ma anche nelle situazioni in cui il verbo si riferisce ad un futuro piuttosto lontano («Sappi che quando io faccio quarant’anni non voglio tornare a casa e trovare mezza Milano che mi grida in faccia quanto sono diventata vecchia / eh!»). Non mancano però casi di conservazione del futuro, specie in situazioni in cui il fatto si presenti enfatizzato («Come farete quando io non ci sarò più», «Anche oggi andrò a combattere per voi!»). Per quanto riguarda l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo, sono pochi i casi significativi di scambio: le interrogative indirette sono sempre realizzate col congiuntivo, per le oggettive solo un paio di casi, sia in reggenza da un verbo d’opinione («Guarda che io penso che le vacanze separate fanno bene alla coppia»), sia presenza di principali prive del valore frasale originario («Eh / dicono che lei fa ascolto»). Un ultimo esempio è documentato nelle relative limitative, qui un po’ fuori luogo in quanto ricorre nel monologo iniziale di una delle protagoniste, che vorrebbe risultare piuttosto sostenuto («Ma è l’unico che mi è rimasto»). Nel settore pronominale segnaliamo l’uso di te ‘tu’, considerato frequente nella varietà colloquiali basse in diastratia o diafasia nel centro-nord («Dello champagne ti occupi te»). Non manca poi qualche elemento più caratterizzato in senso parlato, come il ci attualizzante («Che cj ha quella pennuta più di me?», «Uno strafigo che cj ha quindici anni di meno» e il che polivalente («Stasera torna presto che dobbiamo festeggiare», «Mi fate parlare con mia madre che devo uscire?»).
Per quanto riguarda il lessico, segnaliamo soprattutto l’uso di parole generiche (uno, una ‘un uomo, una donna’). Per esigenza espressiva, non mancano i diminutivi, sia di carattere attenuativo (aiutino, pensierino), sia affettivo (pistacchietto), o finto-affettivo (cognatina). Segnaliamo anche Fede e Betti, accorciamenti in progressiva espansione nell’italiano di oggi. Si sprecano modi di dire colloquialeggianti e frasi fatte (incominciare a fare la strana, hai deciso di farmi diventare scemo, questa volta ci siamo, rompersi, narciso, con la profondità di una pozzanghera, fare follie, finire (su tutti i tg); persino il romanesco (datte ’na mossa) e parole proprie del registro familiare, gergale o scherzoso (spupazzarsi, fiamma, verme ‘vigliacco’, casino, figo, strafigo, sfigati, appiccicato addosso, pennuta). Moderato il ricorso al turpiloquio (rompersi le palle), anche con deformazioni tabuistiche (cavolo).

 

Debora De Fazio

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