American horror story

American horror story

All monsters are human.
(American horror story; 2, 1)

American Horror Story è una serie televisiva antologica ideata e prodotta dal regista statunitense Ryan Murphy e dal collega Brad Falchuk, in collaborazione col produttore esecutivo Dante Di Loreto e la 20th Century Fox. La serie è stata trasmessa per la prima volta in America il 5 ottobre dalla rete via cavo FX, mentre in Italia ha avuto il suo debutto il 31 ottobre 2011 sul sito internet di Fox, canale televisivo che la trasmetterà dall’8 novembre 2011. Si tratta di un horror-drama e ha in sé anche aspetti assimilabili al thriller.
Comprende 73 episodi della durata di circa 40 minuti, distribuiti in 6 stagioni, ognuna delle quali è una miniserie autoconclusiva che racconta una storia differente di volta in volta, con una propria trama e relativi personaggi, pur utilizzando generalmente i medesimi attori in ruoli diversi. Nel 2016 è stato annunciato il rinnovo per altre 3 stagioni [1].

Il titolo della serie è chiaramente emblematico in quanto viene messa in scena un’antologia di storie legate all’America il cui filo conduttore è la caratteristica sfumatura horror, dove avvenimenti ed angosce passate si intrecceranno con trame e personaggi sempre nuovi, stravolgendo gli equilibri e lasciando lo spettatore col fiato sospeso.
Regia e cast si destreggiano in location suggestive, inquietanti e significative (rispettivamente: una casa infestata, un manicomio, una congrega di streghe, un circo, un hotel e una casa colonica) da cui deriveranno poi il tema principale e i conseguenti sottotitoli di ogni stagione, in aggiunta al titolo della serie.
Nella prima stagione, American Horror Story Murder House, la vicenda si svolge ai giorni nostri e ruota attorno alla storia della famiglia Harmon, il cui equilibrio sarà sconvolto da circostanze e problematiche interne (relative, ad esempio, ad un aborto spontaneo della moglie Vivien e al tradimento coniugale del marito Ben) ma soprattutto dal loro stesso trasferimento nella suddetta casa maledetta e infestata da spiriti, nel tentativo di recuperare un’unione familiare persa da tempo. Un ruolo importante rivestiranno, poi, la figlia adolescente Violet, dei vicini di casa insoliti, e i precedenti proprietari della casa, consci dell’antica storia che la fantomatica dimora cela.
La seconda stagione, Asylum, è ambientata nell’ospedale psichiatrico di Briarcliff, negli anni ‘60. Sorella Jude gestisce l’istituto all’interno del quale si succederanno una serie di eventi che s’intersecheranno con le storie dei vari personaggi, fra cui alcuni pazienti in realtà sani di mente e rinchiusi per errore o con l’inganno in vista di obiettivi nascosti (fra i protagonisti, Kit Walker e una giornalista consapevole degli abomini che venivano compiuti nella struttura, Lana Winters), ma anche i gestori stessi del manicomio, il tutto connesso a situazioni intimamente legate a serial killer, nazisti e addirittura alieni.
La terza stagione, Coven, è ambientata in epoca moderna ed è incentrata su una congrega di streghe (ormai quasi estinte) guidate da Fiona Goode, la “Suprema”, con il compito di insegnare alle nuove arrivate ad adoperare in maniera controllata i propri poteri, evitando di essere scoperte. Tuttavia la stessa Fiona metterà in pericolo l’intera congrega, in aggiunta ai problemi che comporta il doversi nascondere da continue minacce esterne. Le giovani protagoniste avranno a che fare, poi, con personaggi realmente esistiti, come Marie Delphine LaLaurie e la sacerdotessa creola Marie Laveau [2].
La quarta stagione, Freak Show, vede protagonisti dei fenomeni da baraccone di un circo itinerante degli anni ’50, riuniti sotto l’ala protettiva di un’immigrata tedesca, Elsa Mars, costantemente tesa al raggiungimento della fama. Fra i componenti del circo figurano personaggi tipici come la donna barbuta e l’uomo forzuto, ma anche inconsueti, come Jimmy Darling, il ragazzo con le “mani di granchio”. Il gruppo dovrà affrontare la diffidenza degli abitanti della cittadina di Jupiter e il calo di pubblico causato dall’avanzare delle tecnologie, oltre alle vicende di un clown assassino i cui crimini verranno ingiustamente attribuiti ai freaks.
La quinta stagione, Hotel, è ambientata ai giorni nostri, e il set principale sarà il grottesco e retrò Hotel Cortez di Los Angeles. Le vicende dei gestori di quest’ultimo s’intrecceranno con quelle dei malcapitati clienti, molti dei quali verranno uccisi o torturati all’interno dello stesso da parte di tormentati e bizzarri personaggi le cui vite sono inestricabilmente legate a quelle del Cortez, fra cui spiccano una vampira conosciuta da tutti come “La Contessa”, proprietaria dell’hotel, ma soprattutto il sadico James Patrick March, fondatore dell’albergo. Importante sarà poi il ruolo del detective John Lowe, la cui ricerca di un misterioso assassino lo porterà ad entrare a conoscenza dell’hotel Cortez e dei suoi oscuri abitanti.
La sesta stagione, Roanoke, è ambientata anch’essa in epoca moderna e segue le vicende dei coniugi Shelby e Matt Miller, protagonisti di un documentario intitolato “My Roanoke Nightmare” nel quale testimoniano le terribili vicende paranormali avvenute in un’antica villa nel Nord Carolina nella quale, tempo addietro, la coppia si era trasferita. La casa sorge infatti nel luogo in cui si era stanziata in passato la colonia di Roanoke, i cui spiriti infestano la zona tentando in tutti i modi di scacciare i nuovi arrivati. La trama, inoltre, s’ispira a un episodio realmente accaduto nel 1590 proprio nella Carolina del Nord, relativo alla misteriosa scomparsa di numerosi coloni inglesi [3].

American Horror Story è la seconda serie ideata da Ryan Murphy, preceduta da Popular, Nip/TuckeGlee (come collaboratore), molto apprezzate dalla critica. Tuttavia, per questa nuova serie, Murphy afferma di aver dato sfogo ad un nuovo lato della sua personalità,connesso al fascino per le cose oscure, un amore per l’horror specie legato all’infanzia ed elementi della sua cultura popolare giovanile, di cui la stessa serie risentirà [4]. Murphy tende inoltre a definirla anche come un thriller psicosessuale ispirato al cinema horror degli anni ‘60 e ‘70 [5].
Nonostante si tratti di una serie antologica, il 2 settembre del 2014, Ryan Murphy ha annunciato al pubblico che «tutte le stagioni sono in qualche modo collegate», celando il mistero di questo filo conduttore che probabilmente verrà svelato successivamente, o sarà compreso dagli stessi fan con l’avanzare delle stagioni.
La serie ha avuto un immediato successo di pubblico e di critica, e, a partire da Murder House, i dirigenti della 20th Century Fox hanno esaltato l’abilità dei produttori nel mettere in scena un lavoro talmente originale ed affascinante conciliando creatività e divertimento, ma soprattutto reinventando il genere horror [6]. Il tocco di genio sta infatti anche nella prospettiva, nel punto di vista che viene messo in luce dalle vicende, e in questo giocano un’ottima parte non solo il modo in cui vengono narrate ma anche le inquadrature e il tipo di fotografia impiegati.
Tuttavia, American Horror Story è molto più di un semplice horror-drama: vi sono elementi strettamente legati al grottesco, all’assurdo, ben oltre al fattore splatter, tra repulsione e fascino, con l’approfondimento di tematiche importanti come l’infedeltà, la sanità mentale, gli orrori della vita reale, l’oppressione, il rapporto madre-figlia, il concetto di razza e di discriminazione.
All’interno dell’istituto psichiatrico di Briarcliff vi sono personaggi che più che paura incutono un’inquietudine profonda, ambigua e disturbante. Un esempio simbolico di tutto ciò può essere rappresentato dalla figura di Suor Jude che, spogliatasi della sua solita veste nera, si ritrova a fantasticare sul Monsignore Howard in sottabito rosso, ma mantenendo il solito velo. Gran parte dei personaggi della serie hanno caratteristiche simili, sono insolitamente intriganti e vagamente perversi. Tate Langdon ad esempio, uno dei protagonisti di Murder House, impersona un adolescente psicotico colpevole di numerosi omicidi, ma questo suo lato palesemente negativo viene mascherato dal suo amore incondizionato per la giovane Violet, portando gli spettatori a provare quasi una forma di pena per lui, mista addirittura a tenerezza.
Di fondamentale rilevanza sarà poi un cast eccezionale, fra cui spiccano Jessica Lange, Frances Conroy, Evan Peters, James Cromwell, Sarah Paulson, Kathy Bates, Denis O’Hare e molti altri, che daranno quel tocco in più alla serie con spettacolari interpretazioni.
Grande clamore ha suscitato l’abbandono del cast da parte dell’attrice Jessica Lange, da sempre molto amata dai fan e presente in tutte e quattro le prime stagioni di American Horror Story, e che nella quinta, Hotel, sarà sostituita dall’entrata in scena come protagonista della cantante Lady Gaga, che si aggiudicherà anche un Golden Globe come migliore attrice in una mini serie.
Il pilot ha raggiunto 3.2 milioni di spettatori, risultando il più visto di sempre nella storia della rete FX, per una prima stagione [7]. American Horror Story ha ottenuto un riscontro molto positivo dalla critica e numerose nomination aggiudicandosi 46 premi, fra cui 3 Emmy Awards a James Cromwell, Kathy Bates e Jessica Lange come migliori attori non protagonisti in una miniserie. Quest’ultima ha anche vinto un Golden Globe per lo stesso ruolo, e lo Screen Actors Guild Award per migliore attrice in una serie drammatica.

Fra i protagonisti della prima stagione ci sono i coniugi Harmon (interpretati da Connie Britton e Dylan McDermott), in piena crisi coniugale ma ancora innamorati l’uno dell’altra. Vivien è una donna apparentemente fragile ma che dimostrerà, nel corso della serie, una grande forza d’animo nonostante le disgrazie che si abbatteranno sulla sua famiglia. Ben, psichiatra, è preda di forti conflitti interiori, costantemente alla ricerca di un equilibrio per sé e per moglie e figlia, alle quali è molto legato e che non vuole perdere per nessun motivo al mondo.
C’è poi Violet (interpretata da Taissa Farmiga), figlia degli Harmon, sedicenne cupa, attratta dall’oscurità, con gravi problemi di integrazione a scuola e con i suoi coetanei, e che soffre di autolesionismo. Tate, uno degli spiriti della casa maledetta, s’innamorerà perdutamente di lei e sarà anche ricambiato, ma il corso degli eventi, in concomitanza col carattere disturbato dello stesso “ragazzo”, ostacolerà il loro amore.
Fra gli altri personaggi vi saranno i vari spiriti che infestano la casa e che una volta ne erano i proprietari (la cui storia sarà man mano approfondita), e anche i vicini degli Harmon fra cui Constance, (interpretata da Jessica Lange) madre di Tate.
Nella seconda stagione le protagoniste sono Lana Winters e Suor Jude.
Lana (interpretata da Sarah Paulson) è una giornalista di successo fin troppo curiosa, che, decisa a denunciare una volta per tutte gli abomini che avvengono nel manicomio e le terribili condizioni dei pazienti, verrà incastrata con l’inganno e ricoverata per la sua omosessualità.
Suor Jude gestisce il suddetto istituto col pugno di ferro e il sadismo che la caratterizza. È inoltre un’ex cantante di cabaret ed è segretamente attratta dal Monsignore Howard, direttore del manicomio. Dopo una vita travagliata, segnata da desideri repressi ed errori passati, riuscirà alla fine a dare una svolta inaspettata alla sua esistenza.
Fra gli altri protagonisti ci sono poi Kit Walker (Evan Peters), un bravo ragazzo accusato ingiustamente di atroci omicidi, a causa dei quali verrà rinchiuso nel manicomio; il dottor Thredson (interpretato da Zachary Quinto), il vero serial killer in questione, soprannominato “Bloody Face”; il Dott. Arden (James Cromwell), sadico medico operante nel manicomio la cui occupazione principale è quella di usare i pazienti come cavie da laboratorio.
Nella terza stagione, fra i protagonisti si distingue innanzitutto Fiona Goode, la “Suprema”, una strega con straordinari poteri e il compito di guidare le nuove generazioni di giovani streghe. È tuttavia eccessivamente legata alla propria posizione e cercherà in tutti i modi di ostacolare l’ascesa del suo successore.
Fra gli altri ricordiamo Cordelia (Sarah Paulson), figlia di Fiona, strega con poteri notevoli ma con poca fiducia in sé a causa di una madre poco presente, e le giovani streghe della congrega, ognuna con una qualità magica caratteristica.
Fra i protagonisti della quarta stagione spicca Elsa Mars (Jessica Lange), direttrice del circo, che riunirà i vari membri salvandoli dalle disgrazie della vita, per portare avanti uno degli ultimi Freak Show del paese, con l’obiettivo principale di divenire una volta per tutte una star e scalare il successo.
Bette e Dott (Sarah Paulson) sono due gemelle siamesi con un unico corpo ma due teste. Diverranno l’attrazione principale del circo e una delle due s’innamorerà del ragazzo con le “mani di granchio”, Jimmy Darling (Evan Peters), il quale lotterà fino all’ultimo per proteggere i propri compagni dalle discriminazioni della gente “normale”.
Protagonista della quinta stagione è il detective John Lowe (Wes Bentley), tormentato dalla misteriosa scomparsa del figlio e dalla ricerca dello spietato assassino che pare nascondersi proprio all’interno dell’Hotel Cortez.
Fra gli altri personaggi ricordiamo alcuni dei residenti “permanenti” dell’hotel, ovvero la bizzarra tossicodipendente Sally (Sarah Paulson), con l’hobby d’intrappolare i clienti all’interno dei materassi dell’albergo, Elizabeth Johnson alias La Contessa” (Lady Gaga), proprietaria dello stesso hotel e sempre in cerca di nuove prede per saziare la sua sete di sangue, ed il sadico fondatore dell’albergo, Mr. March, che avrà un ruolo fondamentale nel corso della storia.
La sesta stagione vede protagonisti i coniugi Shelby (Lily Rabe) e Matt Miller (André Holland), che nel documentario “My Roanoke Nightmare” raccontano la propria esperienza di vita nella casa maledetta, così come la sorella di Matt, Lee (Adina Porter), che per un periodo vi andrà a vivere ritrovandosi coinvolta negli oscuri avvenimenti che tormentano i residenti della villa.
Gli attori che interpretano i loro ruoli nella ricostruzione filmata sono rispettivamente Audrey Tindall (Sarah Paulson), Dominic Banks (Cuba Gooding Jr.) e Monet Tumusiime (Angela Basset) i quali decideranno di partecipare, assieme ai reali protagonisti delle vicende precedentemente menzionati, alla registrazione di un sequel del programma. Altro personaggio chiave è Thomasin White (Susan Berger) detta “La Macellaia”, governatrice della colonia di Roanoke e interpretata, nel documentario, dall’attrice Agnes Mary (Kathy Bates).

American Horror Story ha una serialità decisamente forte, con una struttura orizzontale ed una trama caratteristica che si sviluppa lungo un’intera stagione.
Ciascun episodio parte con un teaser, di durata variabile da 2 a 7 minuti, che molto spesso corrisponde ad un flashback o flashforward, scandito dalle relative didascalie indicanti il luogo e la data nel quale si svolge la vicenda.
Subito dopo ha inizio la sigla, basata sulla presentazione del tema, fil rouge della serie che ci immette nell’atmosfera cupa e perturbante tipica di quest’ultima, fornendo allo spettatore richiami ed indizi significativi relativi alla trama che saranno chiariti nel prosieguo della storia.
Il tema musicale è stato creato ad hoc per la serie dal progettista del suono Cesar Davila-Irizarry e dal musicista Charlie Clouser [8]. Il font usato per il logo è il Rennie Mackintosh, in riferimento all’omonimo architetto scozzese [9].
La sigla è tuttavia caratterizzata da cinque versioni differenti a seconda del tema della stagione, mantenendo comunque la stessa durata, il medesimo motivo musicale e la tecnica di sincronizzazione fra immagini, musica e titoli di testa, con riprese che, scandite perfettamente da una variazione della melodia, si alterneranno ai nomi degli attori principali e alla scritta “created by Ryan Murphy and Brian Falchuk”, presentate col font del logo della serie, che apparirà alla fine della sigla.

Sigla. La prima sigla, della durata di un minuto e quattro secondi, è totalmente ambientata nel seminterrato della casa maledetta. Le riprese del luogo, molto dinamiche e girate con camera a mano, si alternano velocemente e in maniera volutamente confusionaria a dei fotogrammi significativi, rimandabili a messaggi subliminali, indizi che, come già detto, fanno riferimento a ciò che avverrà nel corso degli episodi. Ci sono, quindi, nel corso di tutta la sigla, riprese di alcuni scaffali e dello stesso seminterrato illuminati scarsamente e con toni bluastri; ad esse seguono fotogrammi di recipienti sporchi di sangue e foto in bianco e nero e in stile seppia di neonati, che si trasformano in pochi secondi in negativi, alcuni dei quali scompaiono bruciando. Numerose inquadrature sono accompagnate dalla presenza simbolica delle fiamme permettendo anche il passaggio da un’inquadratura all’altra. Le riprese degli interni vengono poi intervallate da scene rappresentanti barattoli presenti sugli scaffali, contenenti teschi e feti, privilegiando in questo caso, in rifermento alla fotografia, toni più chiari, e riprese in primo piano. Altri elementi simbolici che figurano nella sigla sono, poi, una divisa da infermiera che aleggia nel vuoto, un cadavere avvolto in della plastica, degli scheletri e una strana figura con delle cesoie insanguinate nelle mani. I titoli di testa, indicanti i nomi degli attori principali, si intervalleranno alle varie scene della sequenza, comparendo come scritte bianche su sfondo nero, accompagnate da un improvviso disturbo del tema musicale e scomparendo come se venissero anch’esse bruciate all’improvviso.
Il set di Asylum è, invece, l’istituto psichiatrico in cui si svolgeranno le vicende della seconda stagione. Il tema musicale è sempre lo stesso ma varia leggermente, vengono aggiunte ulteriori interferenze nel motivo melodico ed anche in questo caso le scene sono girate esclusivamente in ambienti interni. I colori prevalenti sono cupi: è suggerita l’idea del sudiciume e della malasanità caratteristici di quel luogo e degli sfortunati pazienti. Tramite il montaggio di singole inquadrature si presenta una visione globale dell’istituto, riprendendo anche i molti pazienti deliranti che compaiono sparsi per tutta la sequenza, alcuni dei quali bendati, rinchiusi in celle, feriti e in preda ad evidenti crisi di panico. Un tipo di inquadratura adoperata è il primissimo piano, con una focalizzazione su dettagli del viso (in questo caso, l’occhio di un paziente col resto del viso bendato). Molte scene vengono girate mediante riprese accelerate, anche con una tecnica di stop-motion, e contengono poi elementi simbolici in riferimento alla trama, come ad esempio l’uomo sulla sedia a rotelle, o la donna trasportata, senza vita, su una piattaforma scorrevole di un binario, o ancora una suora intenta a molestare un paziente legato su un lettino. Figure altrettanto inquietanti che compaiono nella sigla sono poi una ragazza che sale le scale al contrario con mani e piedi, e, per finire in bellezza, la statua di Maria Vergine, il cui sorriso in volto si contorce divenendo una smorfia maligna. I titoli di testa appaiono in questo caso come scritte di un giallo spento, sempre con lo stesso font e su sfondo nero, richiamando le riprese quasi graffiate degli albori del cinema muto e in bianco e nero.
La sigla della terza stagione è molto diversa dalle prime due, perché quasi tutte le scene sono girate in ambienti non più interni bensì esterni (una foresta), ma anche perché essa è animata da effetti speciali che forniscono un risultato meno realistico e più magico (il focus della stagione sarà infatti una congrega di streghe), usando, nel montaggio di alcune scene, effetti onda che rendono il tutto più dinamico. Sono adoperati colori più luminosi, alcune scene vengono girate in bianco e nero e compaiono una serie di figure mistiche, fra cui una creatura ossuta con le ali, il Minotauro, il Baphomet, una sacerdotessa voodoo, uno sciamano africano dagli occhi azzurri, oltre poi alle ricorrenti figure vestite di nero e incappucciate. Figurano poi, nel montaggio delle varie scene, teschi di capra e riferimenti ai riti di Marie Laveau, personaggio di Coven, una ragazza bionda affiancata da streghe fluttuanti nell’aria, e infine alcuni membri della congrega vestiti di bianco intenti a danzare attorno ad un falò. La particolarità di questa sigla sta anche nel cambio di scena, eseguito spesso mediante una sfocatura dell’immagine tendente al bianco. Frequente è poi la tecnica di zoom-in adoperata all’improvviso, specialmente sulle figure incappucciate che si aggirano nel bosco. I titoli iniziali appaiono come scritte bianche su veri e propri backgrounds raffiguranti opere sataniche, con immagini e riferimenti anche alla Santa Muerte.
La quarta sigla è totalmente diversa dalle precedenti, poiché è interamente animata, ed è realizzata mediante CGI, un’applicazione di computergrafica, e con frequenti riprese in stop-motion. La prima scena effettiva viene presentata con l’apertura di un sipario e la visione del circo sullo sfondo, set dell’intera sigla. Segue, subito dopo, la scritta in bianco “Fx presents”. Figurano poi alcuni strani personaggi connessi alla storia, presentati sotto forma di bambole e di pupazzi inquietanti in movimento: un clown che gonfia dei palloncini, uno scheletro con una singola testa ma due corpi, la testa di un pagliaccio il cui sorriso, nelle scene seguenti, si trasformerà in un ghigno malefico, una demoniaca scimmia giocattolo che sbatte i piatti e una donna con una terza gamba posta dove dovrebbero essere i suoi genitali. Ricorrente sarà poi la presenza simbolica dei gemelli siamesi, che appariranno anche alla fine della sigla intenti a baciarsi. Alcune di queste figure grottesche fanno da sfondo ai titoli di testa, come lo scheletro di un uomo-elefante che guida una bicicletta, una strana figura simile a un uomo zoppicante con gambe corte e due corna, due gemelli siamesi bloccati su un bersaglio per freccette, un uomo affetto da sindattilia a mani e piedi, un individuo infilzato con i chiodi intento a fissare un cartello con un martello e una donna che ingoia una spada. Infine, un uomo sui trampoli trasporta un cartellone mobile con l’insegna American Horror story Freak Show e subito dopo compare la scritta “created by Ryan Murphy and Brad Falchuk”.
Ambientazione e inquadrature della quinta sigla ricordano molto, invece, quelle delle prime due stagioni, in quanto le riprese sono girate esclusivamente nelle stanze e nei corridoi dell’hotel Cortez, dunque luoghi unicamente interni, con molte scene raffiguranti i grotteschi personaggi che si aggirano nell’albergo, alcuni dei quali deliranti o intenti a fuggire. L’immagine d’apertura della sigla riprende, in primo piano, le mani di un uomo (o una donna) che tentano divincolarsi e fuggire da un foro creato nel muro di una stanza. Molte scene hanno come protagonista il sangue, che cola dalle pareti o viene ripulito da un pavimento, ma altrettanto ricorrente è anche il tema della nascita, rappresentata simbolicamente da strani bambini che percorrono gli ambienti dell’hotel, alcuni dei quali con visi maligni o ricoperti da maschere antigas, o che fuoriescono da strane aperture (che ricordano vagamente l’organo di riproduzione femminile) nei materassi. Fra gli altri personaggi presenti nella sigla ci sono anche un’inquietante suora in veste totalmente bianca, degli scheletri che vengono inquadrati di sfuggita come per trasmettere l’idea e il tema della morte, ma anche delle donne in lingerie, alcune delle quali verranno riprese in primo piano nell’atto di urlare, o distese su un letto ed inghiottite da strane presenze all’interno del materasso. Una particolarità di questa sigla è la frequente ripresa di alcune scene come se fossero filtrate dalla serratura di una porta, e l’utilizzo di movimenti di macchina accelerati, quasi confusionari, avvalendosi alle volte della tecnica di stop-motion. I titoli iniziali appaiono come scritte al neon di colore rosso, intervallate da trascrizioni di alcuni dei 10 Comandamenti.
Le cinque sigle sono fortemente emblematiche, non solo perché descrivono ognuna il tema centrale delle varie stagioni, ma soprattutto perché, anche attraverso il tipo di fotografia adoperata e quindi a livello propriamente tecnico e di inquadrature, rispecchiano perfettamente l’atmosfera peculiare dei vari episodi e della stessa trama della stagione che presentano. Ad esempio, nella prima e nella seconda stagione notiamo una prevalenza di colori scuri, tristi, poiché Murder House e Asylum sono le stagioni con un carattere più marcatamente horror rispetto alle altre due; Coven, come affermano gli stessi ideatori della serie, è decisamente meno cupa e più divertente, e ciò si riflette in inquadrature più luminose, con molte scene che, come preannunciato dalla sigla, saranno girate in ambienti esterni, giardini, foreste: non si tratta più di vicende esclusivamente legate ad un unico luogo. Lo stesso discorso vale per Freak Show, che non per nulla segue le vicende di un circo itinerante in un paesino americano degli anni ’50. Tuttavia in Hotel si ha come un ritorno alle origini, poiché i colori prevalenti sono nuovamente scuri, tristi, riprendendo la peculiare sfumatura horror delle prime due stagioni.
Per la sesta stagione non è stata sviluppata alcuna sigla. Subito dopo il teaser, ciò che introduce l’episodio è l’immagine stilizzata di un albero con tronco e chioma bianche e radici di un rosso sgargiante, su uno sfondo nero. In basso compare poi la scritta “My Roanoke Nightmare” (il titolo del documentario) in bianco. Il classico logo della serie (di colore bianco su sfondo nero) appare pochi minuti dopo alcune scene che seguono l’immagine d’apertura precedentemente descritta. A fine episodio non mancano i titoli di coda, con la presentazione degli ideatori e produttori della serie, e del cast. A partire dal sesto episodio, l’immagine introduttiva verrà sostituita da una figura di colore rosso, sempre stilizzata, rappresentante la casa colonica in cui si svolgono le vicende. Al fondo dello schermo compare la scritta: “Return to Roanoke: three days in hell”, corrispondente al titolo del sequel del programma. L’assenza della sigla è stata probabilmente pensata per dare quel tocco spiccatamente documentaristico a questa sesta stagione, facendo immergere ancor di più lo spettatore nel mistero che s’infittisce col prosieguo della trama. American Horror Story Roanoke stravolge infatti l’impianto narrativo tradizionale, in quanto verrà realizzata impiegando la tecnica del falso documentario (il cosiddetto mockumentary), con un cast che si destreggia nell’interpretazione sia dei reali protagonisti della vicenda narrata nello stesso documentario (che assumerà le vesti di un vero e proprio reality show nel suo sequel: “Return to Roanoke: three days in hell”), che degli attori della ricostruzione filmata messa in scena per il pubblico televisivo. Quanto a struttura degli episodi, montaggio e caratteristica atmosfera horror che contraddistinguono la serie, la sesta stagione non si discosta affatto dalle precedenti.

Gli episodi non seguono un modello statico quanto a contenuti e sviluppo generale delle vicende. Lo spettatore non sa mai che cosa aspettarsi dalla puntata che segue e rimane in spasmodica attesa fino alla fine. I vari episodi sono un misto di colpi di scena e svolte inaspettate, senza dimenticare l’ovvia componente horror che caratterizza l’intera serie. Tutto ciò viene sapientemente reso anche a livello tecnico, con una colonna sonora di supporto che rappresenta molto bene l’angoscia propria di inseguimenti o omicidi, ma anche l’amarezza e l’intensità di alcuni dialoghi. Viene poi adoperato un montaggio a volte discontinuo che trasgredisce alle regole della linearità classica, non solo per meglio rendere ciò che accade nella trama vera e propria, ma anche per la continua entrata in scena di nuovi personaggi, unici e con i propri demoni, le proprie problematiche ed angosce passate e presenti. Gli stessi personaggi, anche i più apparentemente insignificanti, sono essenziali, poiché sono loro a portare avanti la narrazione, intrecciando le loro vite a circostanze insolite e soprannaturali.
Il montaggio si avvale dunque del frequente utilizzo di flashback e flashforward, con l’interruzione del corso degli eventi con un salto nel passato o con l’anticipazione di fatti che accadranno nel futuro, attraverso un ricordo o un sogno. In particolare, l’abituale uso dei flashback è dovuto anche alla necessità di raccontare la storia passata di personaggi che spesso vengono presentati nella serie all’improvviso, durante la narrazione generale. Alcuni flashback, specie quelli che ricordano momenti molto lontani dal presente, sono resi mediante una fotografia e dei colori ancor più cupi, tendenti al grigio, o anche al bianco e nero.
Montaggio e cambio scena vengono resi in vari modi, a volte in maniera morbida, manovrati abilmente dal montatore, o anche con uno stacco netto, avvalendosi di associazioni per contrasto e montaggi paralleli, ad esempio quando viene presentato il doppio punto di vista di Bette e Dot, gemelle siamesi (nel primo episodio della quarta stagione).
Ogni stagione ha una trama complessa e originale, e un ulteriore nodo testuale della serie è certamente lo stile accattivante, accresciuto dall’importanza dei dialoghi e della messa in scena di determinate situazioni di paura, angoscia, ma anche umiliazione e panico, che vengono efficacemente trasmessi allo spettatore e molto apprezzati anche dalla critica [10]. La serie è stata addirittura definita dal Los Angeles Times come «uno spettacolo piacevole, sconcertante, pasticciato, ridicolo e, occasionalmente, avvincente»” [11], in grado di far entrare lo spettatore nei panni dei protagonisti, avvertendone le problematiche oscure, celate da menzogne, inganni e sorrisi.
Frequenti sono, poi, i colpi di scena, accompagnati da un sapiente uso di telecamera, luce e colonna sonora al momento giusto, con l’aggiunta di scene violente e sanguinarie.
I personaggi sono in genere psicologicamente complessi e con conflitti interiori irrisolti. Uno dei protagonisti della prima stagione, il dottor Harmon, è uno psichiatra, e mediante le sue sedute ci aiuterà egli stesso a comprendere meglio la complessa personalità di Tate, ma non solo, interessante è anche l’alterazione di personalità dell’apparente “buono” e onesto detective John Lowe, che in American Horror Story Hotel sarà preda di una forte crisi d’identità, portandolo a commettere inconsapevolmente atti di cui non ricorderà nulla. Si tratta, inoltre, di personaggi inusuali che non fanno altro che meravigliare lo spettatore, come la cameriera della casa infestata che cambia continuamente aspetto a seconda del modo in cui gli altri la vedono nella loro mente. Alcuni dei protagonisti tendono, comunque, ad essere fedeli a se stessi, a perpetrare i propri errori mantenendo un proprio stampo caratteriale sino alla fine, fatta eccezione per altri, come, ad esempio, Suor Jude in Asylum, la quale, dopo un’esistenza tormentata, riuscirà in qualche modo a raggiungere una forma di riscatto da tutti gli abomini passati. Il cattivo che all’ultimo si redime, per motivi legati all’amore o al raggiungimento di una consapevolezza personale, ha un significato prettamente simbolico e questa è una tematica ricorrente, che rende la trama ancora più ambigua, per certi aspetti confusionaria, ed anche per questo interessante e originale nel suo genere.
Degna di nota è, senz’altro, la colonna sonora, in quanto sono stati utilizzati pezzi già adoperati in grandi film horror, come Dracula di Bram Stoker, Le verità nascoste, Psycho e Insidious. In particolare, nella prima stagione, ritorna spesso il celebre fischiettìo di Twisted Nerve, usato anche da Quentin Tarantino in Kill Bill, e che, in American Horror Story, è presente nei momenti in cui Tate compie gli omicidi.

American Horror Story è stato apprezzato dalla critica per molti aspetti, come sceneggiatura, recitazione, riprese, originalità, ma uno dei suoi punti di forza è certamente la resa estremamente realistica di problematiche sociali, quali ad esempio l’infedeltà e il rapporto col diverso, mediante la narrazione di storie strettamente legate al carattere misterioso e macabro di un mondo alle volte fittizio, permettendo allo spettatore di immedesimarsi in una realtà del tutto nuove, di comprendere quanto l’assurdo, il grottesco e il ridicolo, a volte, filtrino alla perfezione il mondo quotidiano di ognuno.
In tutto questo, un ruolo fondamentale è svolto, certamente, dai dialoghi e dal tipo di linguaggio utilizzato, colloquiale, realistico e scorrevole in alcune scene ma spesso arricchito da metafore e monologhi illuminanti che in maniera diretta indirizzano lo spettatore ad un livello di consapevolezza superiore, portando, spesso, alla luce la sensibilità e la profondità d’animo del tutto inaspettate di alcuni personaggi.
C’è, poi, un’alternanza di vari registri linguistici a seconda delle situazioni e del personaggio in questione. Il turpiloquio è presente in molti dialoghi, soprattutto negli scambi di battute fra adolescenti o in momenti particolari della trama, durante liti e attimi di tensione.
Tutto ciò è costantemente accompagnato dal black humor che caratterizza ogni stagione, spesso con la funzione di alleggerirne la drammaticità, ma anche come elemento tipico della serie e di molti dialoghi, che divertono ma fanno ugualmente riflettere, per meglio colpire lo spettatore. Un esempio può essere il seguente:

[Constance] Allora, chi vuole dire la preghiera?

[Tate] Mamma, posso dirla io?

[Larry] (nuovo compagno di Constance) Certo figliolo. Speravo che prima o poi ti decidessi a far parte di questa famiglia.

[Tate] Buon Dio, grazie per questa carne di porco che stiamo per mangiare e anche per gli altri vomitevoli intrugli. Grazie per questa ridicola famiglia. Mio padre scappò via quando avevo sei anni e se avessi saputo cosa mi aspettava sarei andato con lui. Visto che mia madre non vedeva l’ora di tornare in questa casa da quando ne era uscita, Signore, un bel grazie per aver fatto in modo che il coglione che al momento se la scopa sia così ceco da non capire ciò che è sotto gli occhi di tutti: lei non lo ama.

[Adelaide] Amen.

A proposito di sdrammatizzazione in riferimento a momenti di forte tensione e suspense, memorabile è una scena del decimo episodio di Asylum, intitolato non a caso The name game, in cui una favolosa Jessica Lange, accompagnata da parte del cast principale fra cui Evan Peters e Sarah Paulson, esegue una canzone del 1964 intitolata appunto The name game [12], esibendosi in un balletto divertente e compiendo uno stacco netto rispetto alla trama in corso, angosciosa e carica di problematiche irrisolte.
Dato che la storia di ogni stagione ruota attorno a tematiche molto diverse, cambia anche il filo conduttore che fa da sfondo alle vicende e agli stessi discorsi dei protagonisti. Tuttavia, un tema ricorrente è rappresentato dal Diavolo, inteso in tutte le sue forme più svariate. Nella prima stagione, viene fatto un riferimento esplicito durante un dialogo tra Leah e Violet:

[Leah] […] Il Diavolo è reale, e non è un ometto rosso con delle corna e una coda. Può essere bellissimo perché in passato era un angelo, ed era il favorito di Dio.

In Asylum, invece, viene inteso come “il Male”, e in questo caso sarà Suor Jude a pronunciare la fatidica frase, in risposta a Lana:

[Jude] […] Ricorda, se guardi in faccia il Male, il Male guarderà dentro di te.

Inoltre, in American Horror Story Hotel, il quarto episodio sarà intitolato La notte del Diavolo, intesa come una cena ricorrente ogni 30 ottobre istituita dal fondatore dell’hotel, in cui all’interno dello stesso albergo si riuniranno i più noti serial killer americani “celebrando” i loro crimini.
Un altro tema ricorrente, comune alle varie stagioni ed ampiamente trattato nella serie, ha a che vedere con il collegamento tra il nostro mondo e quello dell’aldilà, spesso mediato da alcuni personaggi chiave come la figura di Papa Legba in Coven, uno spirito Vudù e custode del mondo ultraterreno che ha la facoltà di donare vita eterna in cambio dell’anima di un innocente (esaudendo il desiderio di uno dei personaggi della serie, la strega Marie Laveau, che gli offrirà la vita del suo primogenito ancora in fasce). Fondamentale è poi la presenza degli spiriti dei coloni di Roanoke che nella sesta stagione tormentano i residenti della villa che sorge sui loro territori, e coi quali Lee cerca di comunicare per ritrovare la figlia scomparsa avvalendosi dell’aiuto dell’eccentrico Cricket Marlowe (Leslie Jordan), un abile medium. In Murder House, inoltre, la stessa casa infestata abitata dalla famiglia McDermott è teatro di atroci omicidi, intrappolando le anime di coloro che, in passato, vi morirono, e che ora interagiscono coi nuovi proprietari dell’abitazione.
A tal proposito, particolarmente emblematica è una scena dell’undicesimo episodio della prima stagione nel quale Constance e Violet chiedono aiuto alla medium Billie Dean Howard per scacciare alcuni degli spettri presenti nella casa. Sarà proprio lei a introdurre la leggenda di Roanoke nell’universo di American Horror Story, fornendo uno dei primi fondamentali indizi che rimandano ad un collegamento di fondo tra tutte le stagioni. Di seguito un estratto del dialogo:

[Billie Dean Howard] È difficile bandire uno spirito, ma non impossibile. Il tentativo più efficace di cui sono a conoscenza avvenne quando l’America era nota come il Nuovo Mondo. Nel 1590, sulla costa di quella che oggi chiamiamo Nord Carolina, l’intera colonia di Roanoke morì inspiegabilmente. Diventò famosa come la Colonia Fantasma perché i loro spiriti rimasero. Perseguitarono le tribù di nativi che vivevano nei paraggi, uccidendoli indiscriminatamente. L’anziano sapeva di dover fare qualcosa, e lanciò una maledizione per bandirli. […] Mormorò una sola parola, la stessa trovata intagliata su un palo della colonia abbandonata: Croatoan.

“Croatoan” è una parola che, secondo il folklore americano, viene realmente associata al mistero della colonia scomparsa di Roanoke, stanziatasi nella Carolina del Nord nel 1590: il termine venne effettivamente rinvenuto inciso sul tronco di un albero e sulla recinzione che delimitava il territorio dei coloni. Inoltre, proprio come viene descritto da Billie Dean, la parola “Croatoan” viene proferita più volte dal sensitivo Cricket Marlowe nella sesta stagione di American Horror Story per esorcizzare i fantasmi dei coloni che minacciano e perseguitano chiunque metta piede nelle loro terre.
Lo stesso personaggio di Billie Dean Howard appare anche nel finale della quinta stagione, American Horror Story Hotel, per tentare di comunicare con gli spiriti che (anche in questo caso) infestano l’hotel Cortez, dando vita al primo vero crossover che ha segnato un collegamento diretto tra Murder House e Hotel.
Per quanto riguarda le tracce grafiche, il font utilizzato per titoli di testa e didascalie è lo stesso adoperato per il logo della serie, e sono poi ravvisabili alcune scritte diegetiche emblematiche, come la frase stampata sulla maglietta di Tate: Normal people scare me.
Inoltre, in American Horror Story Roanoke, trattandosi di una narrazione che segue lo stile del mockumentary, ritroviamo sistematicamente delle scritte bianche su sfondo nero che possono introdurre alcuni episodi, quali: “Questa storia si ispira a fatti realmente accaduti”, o “Questa storia può contenere immagini forti!”, e ancora “Si consiglia la visione ad un pubblico adulto”.
Fra i numerosi riferimenti esterni, alcuni dei quali già citati, significativo è l’appellativo scherzoso di Norman Bates con cui Chad, uno dei precedenti proprietari della “casa degli orrori”, definisce Tate, legandolo chiaramente all’omonimo protagonista della serie di romanzi Psycho, ma anche alla stessa trasposizione cinematografica di Alfred Hitchcock. Vi sono, infatti, numerosi punti di contatto fra il personaggio di Tate e Norman, sia del libro che del film, come l’apparente amnesia che segue il compimento degli omicidi e lo strano rapporto con la madre.
Allegorico è anche l’utilizzo della canzone Dominique di Jeannine Deckers per la colonna sonora, in questo caso come suono onscreen proveniente da un jukebox. Nella serie, corrisponde alla canzone che Suor Jude costringe i pazienti ad ascoltare di continuo nella sala ricreativa dell’ospedale psichiatrico. Questa melodia nasconde la vera storia della cantante, conosciuta come Suor Sorriso e morta suicida insieme alla sua compagna [13].
Ultimo plauso ancora alla colonna sonora: nella quarta stagione, alcuni personaggi si esibiscono singolarmente in vere e proprie performances canore all’interno del circo. Le canzoni scelte, a detta dello stesso Murphy, hanno, tuttavia, un carattere simbolico, in quanto si tratta di artisti che si sono loro stessi definiti dei freaks, come David Bowie, Lana del Rey e i Nirvana.
American Horror Story non è una serie realizzata col solo scopo di far paura o divertire chi la guarda: tratta tematiche sociali e umane rilevanti, accompagnate da emozioni, paure e angosce insite nella stessa natura di ogni individuo. Fa riflettere su orrori e tensioni della vita in maniera realistica nonostante la componente horror alle volte fantastica e splatter, attraverso situazioni ben costruite e personaggi che, anche con dialoghi e monologhi illuminanti, aprono la mente allo spettatore in maniera diretta ed esplicita, permettendogli di rivedersi empaticamente nei protagonisti e ritrovando in sé determinate debolezze, disagi, desideri nascosti, che fanno parte di noi più di quanto non si voglia ammettere. Murder House, Asylum, Coven, Freak ShowHotel e Roanoke fanno rivivere a chi le guarda il concetto dell’horror e dell’intrattenimento in modo sorprendente ed emozionante, a volte commovente e ipnotico, tanto che spesso ci si dimentica di stare a guardare ciò che inizialmente doveva essere un “normale” horror: agli occhi dello spettatore si profila, invece, un fantastico pezzo di scrittura e di recitazione.

 

Sofia Terzi

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