Alias

Alias

Ora sono un’agente doppiogiochista che lavora con la vera CIA per distruggere l’SD-6 dove il mio solo alleato è un altro agente come me, un uomo che conosco appena: mio padre.

Alias è uno dei primi lavori televisivi di J.J. Abrams (FelicityLostFringe) e miscela azione, avventura, drama, thriller, spionaggio e fantascienza. Prodotta dalla Bad Robot Productions e da Touchstone Television, è stata trasmessa dal 30 settembre 2001 al 22 maggio 2006 sulla rete televisiva ABC. In Italia, è andata in onda per la prima volta su Rai 2 dal gennaio 2003. Con un totale di 105 episodi in 5 stagioniAlias racconta la storia di una brillante studentessa universitaria che viene reclutata per lavorare per i servizi segreti.

Alias, una spy-story con elementi fantascientifici, racconta la doppia vita di Sydney Bristow, una giovane studentessa universitaria che è stata reclutata per lavorare in una sezione occulta della CIA, l’SD-6. Come ogni spia che si rispetti, anche a Syd è stato imposto di mantenere segreta la sua vera professione, ma la ragazza infrange le regole rivelando a Danny, il suo fidanzato, la verità. Da questo momento in poi la sua vita è sconvolta da una serie di eventi: l’SD-6 uccide Danny, Syd decide di lasciare il suo lavoro, ma rischia a sua volta di essere uccisa. A salvarla ci pensa il padre, Jack, anche lui membro dell’SD-6. L’uomo, con cui Syd ha un pessimo rapporto, le racconta che in realtà l’organizzazione per cui lei lavora non è affatto una divisione speciale della CIA, ma un pericoloso servizio deviato autonomo. Sydney, seppur sconvolta, decide di non abbandonare il suo lavoro, ma di diventare un’agente doppiogiochista: come suo padre, continuerà ad essere un membro dell’SD-6 per combatterla dall’interno, ma sarà sotto copertura per la CIA.
Per tutta la durata delle cinque stagioni, il filo conduttore della serie sarà la figura di Milo Rambaldi, personaggio costruito, nei minimi dettagli, dall’ingegnoso estro di Abrams. Rambaldi è un profeta-inventore-artista vissuto nel Quattrocento. La sua figura è centrale all’interno della serie perché, in un suo manoscritto, c’è una profezia che riguarda Syd.
Il titolo della prima puntata di Alias, La Verità, si palesa profetico: la protagonista è costretta ad accettare una serie di rivelazioni che trasformeranno la sua verità in un cumulo di bugie. Cercherà a questo punto di scoprire cosa c’è di vero nella sua vita e qual è la reale storia della sua famiglia (Syd crede che sua madre sia morta ma scoprirà, nel corso delle puntate, che non è così), il tutto in un contesto fatto di combattimenti, identità diverse, frammenti di quotidianità e cliffhanger.
Di altissimo calibro sono le tante guest star che si intrecciano con le vicende della serie: Roger Moor, Isabella Rossellini, Gina Torres, John Hannah, Ethan Eawke, Christian Slater, Terry O’quinn, David Carradine, solo per citarne alcune. Ma la partecipazione di maggiore levatura è senza dubbio quella di Quentin Tarantino che, nel 2002 e nel 2004, appare in alcune puntate della serie [1]. Numerosi, inoltre, sono gli omaggi che J.J. Abrams regala al regista. Per esempio, il film Kill Bill è d’ispirazione per i combattimenti con i coltelli e le pentole presenti nella prima e nella seconda stagione, e nella quarta per la scena in cui Syd si risveglia, proprio come Uma Thurman, sepolta viva [2].
Numerose le guest star così come numerosissime sono le location utilizzate per girare le scene. Cast e troupe sono state letteralmente mandate in giro per il mondo: Italia, Gambia, Mozambico, Senegal, Finlandia, Gran Bretagna, Cecoslovacchia, Libia, Palestina, Russia sono solo alcune delle nazioni che hanno fatto da scenografia ad Alias.
La serie ha trovato l’apprezzamento del pubblico sia in America, dove soprattutto le prime quattro stagioni hanno fatto registrare ascolti pari agli 8-9 milioni di spettatori, sia in Italia, dove le avventure di Syd sono state seguite in media da 2 milioni e mezzo di telespettatori [3]. I frutti di tale gradimento non si sono fatti attendere: dopo varie nomination, il riconoscimento come miglior serie dell’anno arriva nel 2003 con la vittoria del Saturn Award [4].
Sulle orme della fortunata serie, nel 2004, è stato anche lanciato il videogioco Alias, The Game, disponibile su Ps2, Xbox e Pc [5].

Sydney Bristow (Jennyfer Garner), la protagonista, è, come si è detto, una studentessa doppiogiochista che lavora con la CIA per sconfiggere l’SD-6; ad aiutarla in questo compito saranno il padre, il freddo e distaccato Jack Bristow (Victor Garber), anch’egli doppiogiochista per la CIA, Michael Vaughn (Michael Vartan), l’agente della CIA incaricato di seguirla e innamorato di lei sin dal primo momento e un collega di quest’ultimo, Eric Weiss (Greg Grunberg).
Arvin Sloane (Ron Rifkin) è il capo dell’SD-6 dove lavorano anche Marcus Dixon (Carl Lumbly), partner di Syd, e Marshall Flinkman (Kevin Weisman), genio dell’elettronica; entrambi saranno colleghi della protagonista nella CIA quando l’SD-6 verrà chiusa.
Laura Bristow, alias Irina Dervko (Lena Olin), è la madre di Sydney, creduta morta in un incidente. In realtà è una spia del KGB che ha sposato Jack solo per ottenere informazioni; ha avuto una figlia con Arvin Sloane, Nadia Santos (Mia Maestro), che farà la sua apparizione alla fine della terza stagione e diventerà a sua volta agente segreto per la CIA.
A completare il cast ci pensano gli amici di Sydney: Francie Calfo (Merrin Dungey), sua coinquilina nonché sua migliore amica, e Will Tippin (Bradley Cooper), di professione giornalista e segretamente innamorato della protagonista, che finisce per cacciarsi in non pochi guai indagando sull’SD-6.
Centinaia di personaggi minori affollano le cinque stagioni della serie.

Sigla. Ogni puntata della serie si apre con la scritta Alias bianca su sfondo nero (con la S nera su sfondo bianco) e ogni lettera si accosta alla precedente accompagnata dal suono di uno sparo.
La sigla è sempre preceduta da un prologo che, grazie al collage di alcuni degli spezzoni più salienti, costituisce il riassunto delle puntate precedenti. Soprattutto nella prima serie, invece, è utilizzata l’intro nella quale è la stessa Sydney Bristow a raccontare agli spettatori la sua storia, come se si stesse riferendo ad un’utenza non fidelizzata. La sigla, inoltre, può essere preceduta da una sorta di resoconto di quello che è il filo conduttore della serie, narrato da una voce fuori campo. La durata variabile di questi frammenti non permette alla sigla di avere una collocazione definita all’interno della struttura dell’episodio.
La sigla iniziale di Alias ha avuto, nel corso delle cinque stagioni, tre differenti versioni.
Nella versione più longeva, quella che ha accompagnato la serie nelle prime tre stagioni, è possibile notare sin da subito l’assenza di immagini: su uno sfondo nero compaiono dei rettangoli, i quali «contengono all’interno un filmato: si tratta di un filmino dei figli di Abrams, girato il 4 luglio nel Maine» [http://blog.italiansubs.net/opening-credits-alias/17682/]. I rettangoli, con movimenti concentrici ed intermittenti, si posizionano uno per volta in basso e a sinistra dello schermo, lasciando posto a delle lettere che, una dopo l’altra, compongono il logo della serie. La comparsa delle lettere, oltre ad essere scandita dal ritmo della musica, è accompagnata da una sorta di flash fotografico. In contemporanea, compaiono i titoli di testa con i nomi degli attori. Terminati i titoli di testa, resta solo la scritta Alias che, attraverso l’effetto zoom, sembra avvicinarsi al fruitore per poi dissolversi. Il frame finale è una scritta bianca su sfondo nero: «Created by J.J. Abrams».
La seconda sigla, quella della quarta stagione, è incentrata sui molteplici travestimenti di Syd: grazie ad una messa in serie frenetica ma regolare, il risultato non appare monotono anzi, l’utilizzo dell’effetto zoom in avvicinamento, rende tutta la sigla più concitata. Le immagini, associate per identità, hanno un nesso di coreferenza, cioè si «riferiscono a uno stesso oggetto (Syd), anche se presentato diversamente» [Casetti – Di Chio 1991]. Rimane invariata la combinazione che dà vita al titolo della serie. I nomi del cast ricoprono una funzione marginale rispetto continui “cambi d’abito” della protagonista e, come nella prima sigla, il nome del creatore Abrams è l’ultimo a comparire.
Nell’ultima stagione, la sigla cambia nuovamente: pur rimanendo invariato il tema dei rettangoli e del titolo, vengono inserite delle nuove immagini di sfondo. In quest’ultima versione, infatti, ogni volta che compare il nome di un attore del cast, in secondo piano viene inserita una raccolta di immagini che lo riguarda. Anche qui il frame finale è quello con il nome del creatore.
Nonostante questi corposi cambiamenti, il tema musicale, ideato anche questo da Abrams, rimane invariato per tutte le stagioni.

La puntata parte in sordina – anche se non è insolito trovarsi già nel vivo dell’azione – solitamente con scene di vita quotidiana o negli uffici dei servizi segreti, con toni pacati, per poi però proseguire in un rapido crescendo, fino ad esplodere in tutta la sua velocità al primo combattimento, al primo viaggio o al primo inseguimento.
La sigla è posizionata comunque sempre a episodio già entrato nel vivo e, quindi, quasi come un cuscino, fa rifiatare lo spettatore.
Ogni puntata di Alias è un insieme di azione e mistero, duelli e inseguimenti, sempre con ritmi molto alti e con rari momenti di pausa.
Ognuna delle stagioni di Alias si è conclusa con un cliffanger (celebre quello della quarta) che ha trovato risposte nella successiva. Dopo un episodio pieno di azione con sparatorie e vite in bilico, gli sceneggiatori hanno sapientemente nutrito il finale di suspense. Questi colpi di scena hanno il merito di tenere incollati gli spettatori episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, aumentando, e non deludendo, le aspettative.
Grande utilizzo dei flashback, spesso riferiti a missioni già effettuate ma a volte volutamente inseriti in contesti cronologici non lineari, in modo tale da lasciare lo spettatore inizialmente confuso.
Per quanto concerne la regia, la caratteristica strutturale di Alias è nelle inquadrature: i dialoghi vengono ripresi molto spesso in primissimo piano e gli inseguimenti e i combattimenti a mezzo busto, due scelte stilistiche che lasciano allo spettatore il compito di immaginare il resto della scena. Stesso discorso riguarda i codici della composizione iconica dove prevalgono le immagini fuoricampo che collocano il soggetto al di fuori dell’inquadratura: ciò che non si vede ora, si vedrà bene nelle prossime scene [Casetti – Di Chio 1991].
Usato, ma non abusato, è il montaggio alternato con il quale si mostrano due personaggi in due situazioni differenti ma che si incontreranno, per esempio, una volta conclusa la missione.
I personaggi non sono ben delineati ma risoluti e modificatori, spesso in contraddizione con se stessi: la protagonista si comporta a tutti gli effetti come un’«outlaw hero» [Casetti – Di Chio 1991]. Sono in continua evoluzione, hanno una forte crescita anche nel corso di una sola stagione e questo fa sì che vengano sempre più definiti, ma senza portare mai alla luce tutti gli scheletri che nascondono.
Gli sceneggiatori, comunque, sono abili in tutti i campi e non lasciano nulla al caso, nascondendo qua e là indizi per aiutare lo spettatore a muoversi meglio nella narrazione.
Ultimo plauso va fatta alla colonna sonora di Michael Giacchino (LostAlcatraz, Premio Oscar nel 2010 per la Migliore colonna sonora con il film Up), che ha il merito di aver dato alla musica un ruolo di primo piano: non fa solo da corollario o da accompagnamento ai momenti d’azione pura con suoni elettronici e volumi spesso molto elevati ma, grazie alla ricercata scelta delle canzoni, diventa anche il perfetto sottofondo per la scene di maggiore trasporto.

Essendo un action-movie, i dialoghi in Alias non ricoprono un ruolo di primissimo piano. Siamo di fronte ad una scrittura moderna «riconoscibile per la presenza di salti bruschi e l’assenza di connettivi» [Casetti – Di Chio 1991], che privilegia, dunque, le manipolazioni del montaggio (come detto in precedenza, i cliffanger hanno un ruolo fondamentale all’interno della sceneggiatura), il tutto a discapito delle scelte linguistiche che appaiono poco ricercate.
Un ruolo centrale, invece, è occupato dalle tracce grafiche: sottotitoli, titoli, scritte e didascalie. Nonostante l’uso di altre lingue sia frequentissimo (ebraico, bulgaro, coreano, svedese, arabo, cubano e persino italiano sono solo alcune delle lingue parlate), raramente sono utilizzati i sottotitoli per rendere partecipe lo spettatore al dialogo. Solitamente, il contenuto della conversazione è compreso in seguito. I titoli, già analizzati in precedenza, contengono le “informazioni sull’apparato produttivo”, mentre le scritte (diegetiche e non diegetiche) ricoprono un ruolo di completamento all’interno dello script.
Una funzione di maggiore rilievo è assegnata alle didascalie che vengono utilizzate anche più volte in uno stesso episodio per chiarire in quale città si svolge l’azione. I nomi delle città, preceduti da una schermata nera, hanno la stessa grafica del titolo: scritta bianca su sfondo nero, tranne una lettera che è inserita in un rettangolo bianco. Da quest’ultima, grazie alla tecnica dello zoom in avvicinamento, lo spettatore è accompagnato all’immagine successiva. L’impressione è che la schermata nera con la didascalia sia sovrapposta ad un’immagine e che l’unica lettera con lo sfondo bianco sia una sorta di serratura dalla quale è possibile intravedere il frame seguente.
La scelta della lettera (definita Push-Through) dalla quale far riprendere l’azione può sembrare casuale, ed invece per le prime tre stagioni Abrams aveva pensato ad un regalo per i fan: un AWP e cioè Alias Web Puzzle. Ad esempio, per quanto riguarda la prima stagione, in un intervento Abrams «confermò che in alcuni siti americani, tramite una procedura di decodifica delle lettere apparse negli episodi della prima stagione, ne usciva una soluzione che corrisponde all’indirizzo di un sito web (il quale contiene l’immagine di un finto documento dell’SD-6» [6]). Gli AWP delle altre due stagioni non hanno riscosso tra i fan lo stesso successo e questo ha indotto Abrams ad eliminarli del tutto.
Il creatore della serie, così come farà in Lost, dissemina il telefilm di indizi e simboli che gli appassionati più accaniti cercano in tutti i modi di recuperare e assemblare, sperando di giungere a una qualche rivelazione. In Alias questo è accaduto sia con il numero 47, che compare spesso negli episodi, esplicitamente o in maniera più nascosta, sia con il simbolo di Rambaldi “<0>”, che ad esempio compare per pochissimo all’interno della prima sigla.
Protagoniste indiscusse della serie restano però le innumerevoli identità di Sydney Bristow: le sue parrucche e i suoi abiti sono senza dubbio il segno di riconoscimento della serie che sin dal titolo, Alias (‘pseudonimo’, ‘falso nome’ in latino) promette una spy-story dalle infinite sfaccettature.

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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